INTELLIGENZA ARTIFICIALE/ Il punto debole della strategia italiana

- Alessandro Curioni

L’Italia si è dotata di una strategia sull’intelligenza artificiale, con 82 raccomandazioni che sarà difficile effettivamente tradurre in pratica

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(LaPresse)

Da qualche tempo il termine “strategia” e l’aggettivo “strategico” ricorrono con una certa frequenza nei discorsi e nei documenti prodotti dal nostro Governo per quanto attiene le tecnologie. Ne abbiamo prodotta una per la trasformazione digitale, una per la cybersecurity a oggi arriva anche quella per l’intelligenza artificiale. Un documento che segue le prese di posizione in materia dell’Ocse e dell’Unione europea. In oltre cento pagine il gruppo di esperti ha snocciolato tutti i pro e i contro e c’è anche un budget sui costi di implementazione di tale strategia per il nuovo assetto istituzionale e per il funzionamento di un Istituto italiano per l’intelligenza artificiale.

Quello che colpisce sono le 82 raccomandazioni che dovrebbero tradursi in altrettante attività alcune delle quali da sole sono imprese titaniche. Facciamo un esempio che riguarda la scuola. La raccomandazione 11 parla di un corpo docente aggiornato e competente nelle tecnologie digitali e dell’introduzione del coding (basi di programmazione per lo sviluppo del pensiero computazionale, ovvero come “dialogare” con un computer), la 13 di introdurre corsi sull’intelligenza artificiale negli istituti tecnici, la 14 di riprogettare i corsi di laurea nazionali introducendo un numero di crediti formativi adeguati riconducibili ai temi dell’AI. La recente pandemia ha dimostrato quanto sia stato complesso l’utilizzo di semplici sistemi di videoconferenza e come la tecnologia, anche nelle sue espressione basilari, non sia propriamente nelle corde di una fetta significativa del corpo docente. Aggiungiamo poi che introdurre nuovi insegnamenti nelle scuole superiori non è banale (si dovrebbero anche trovare i docenti), mentre a livello universitario è un’impresa che spesso richiede un iter burocratico di anni.

Si aggiungono poi indicazioni in merito allo snellimento burocratico (quelle non mancano mai), alla condivisione dei dati tra imprese e parimenti la tutela delle proprietà intellettuali e della protezione dei dati personali, e all’importanza che l’Italia mantenga il controllo anche territoriale sui sistemi deputati alla gestione delle informazioni.

Non una delle singole raccomandazioni può essere contestata, se non per avere affrontato il tema con un po’ troppa ambizione, forse, ispirandosi e quelle linee guida, soprattutto europee, che già esistono: poteva essere utile insomma impiegare il tempo per impostare qualche progetto molto concreto, realizzabile con risorse ragionevoli e in tempi certi. Per esempio, la creazione di un Istituto italiano per l’intelligenza artificiale poteva essere un primo segnale, magari coinvolgendo aziende private e università per avviare qualche progetto di ricerca. Purtroppo quando si parla di strategia vale sempre la pena citare Von Clausewitz che a proposito sosteneva come ” tutto è molto semplice ma non è altrettanto facile” e ancora una volta questa legge trova una conferma nell’assoluta “ovvietà” (in senso positivo) delle raccomandazioni, ma delle difficoltà che inevitabilmente si incontreranno nel momento in cui si cercherà di tradurle in pratica.



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