DALLA SCUOLA PROFESSIONALE/ Lettera a una professoressa

- Paolo Ravazzano

Un docente delle professionali interroga i colleghi della media: mai più studenti forzatamente convinti di “non valere nulla” o di “non essere all'altezza del liceo” di PAOLO RAVAZZANO

ricreazione439 Foto Romito

Cara collega,

Non passa giorno senza che qui, nei corsi di Istruzione e Formazione Professionale, che solo in Lombardia coinvolgono ben 50.000 studenti, lo smarrimento e le debolezze, che appaiono ogni mattina guardando i nostri allievi, ci interroghino profondamente. Così pure le loro potenzialità ineducate e, quando accade, la loro ‘rinascita’, a volte impressionante, non cessano di essere una domanda inesauribile per noi (e per tutti).

Tutto, intanto, nel mondo sta cambiando. Crisi delle culture dei valori, rivoluzione digitale, depressione economica introducono il tema (e la necessità) del cambiamento anche nelle scuole. Noi per primi siamo chiamati a ripensare radicalmente i nostri percorsi professionali, confrontandoci con la società, col mondo del lavoro, secondo ottiche di qualità e di equità. Tanta strada dobbiamo ancora fare. Ma come faremmo senza di voi? Da voi,  insegnanti  di scuola media, provengono i nostri allievi. Anche voi, osiamo dire, avete bisogno di interrogarvi profondamente.

Uno sguardo generale a quello che accade dopo la terza media ci dice che la metà degli allievi italiani al termine del primo ciclo di istruzione  non frequenta il liceo. Poco? Troppo? Temiamo che questo non sia il problema principale. E se invece il vero, grande problema, che riguarda la scuola tutta, e in particolare lo scopo stesso della scuola media, fosse il giudizio e l’atteggiamento con cui scelgono di “non” fare il liceo? Quanti allievi arrivano da noi (e non solo da noi, ma approdano ai Professionali e ai Tecnici) semplicemente sconfitti, con un giudizio pesante più o meno accettato, consapevoli di ‘non valere nulla’ o comunque di “non essere all’altezza del liceo”. C’è qualcosa nell’orientamento che va forse ripensato insieme…

Vogliamo darci una mano in questo? Proviamo con l’orientamento, allora: da qualcosa si deve iniziare.

Recentemente Cristina Casaschi scriveva su ilsussidiario.net: “Si dimentica spesso e volentieri che l’orientamento non è un concetto, non è una coordinata geografica, e non è nemmeno soltanto un volgersi in una direzione (orientarsi, volgersi ad Oriente). È un volgersi verso una direzione, intraprendendo passo passo un tragitto, seguendo un’attrattiva – che è l’unica cosa che muove sanamente la persona – utilizzando non solo la propria mente e il proprio cuore, ma anche e soprattutto il proprio corpo, inteso come unità ed integrità dell’essere”. 

Perché questa attrattiva possa nascere, non dobbiamo avere paura della realtà: proviamo insieme a disegnare percorsi di collaborazione, tra noi e voi, anche prima della fatidica ‘terza media’, per far incontrare ai vostri allievi il mondo delle professioni, per far loro vedere e anche un po’ provare in prima persona: non bastano infatti carrellate informativo/promozionali per suscitare un’attrattiva realistica.

La crisi dei nostri ragazzi ci interroga tutti.

Non basterà un rinnovato sforzo di volontà a ridare luce in questo smarrimento profondo.

Al di là della buona volontà, al di là dei fondi più o meno adeguati, c’è un malessere sostanziale nella scuola e ciò di cui parliamo qui è quasi certamente solo la punta dell’iceberg.

Ne vogliamo parlare insieme?

Con stima

Paolo Ravazzano

 

P.S. Intanto guardo Lorenzo, primo anno, smarrito e inerte, e mi chiedo: “La scuola italiana può insegnare tanto o poco. A  leggere le varie indicazioni ministeriali degli ultimi decenni, sembra debba essere (suo privilegio o sua condanna?) il Demiurgo che impartisce ai giovani umani l’intero campo del sapere e della morale. Ma poi? Poi, guardando Giorgio, mi viene da chiedere, come mi ha detto ieri suo padre, che la scuola almeno una cosa, mentre tenta di insegnare, non gli spenga: il desiderio di imparare ancora.







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