Il lavoro e la scuola: un confronto a partire dall’istruzione tecnico-professionale/1

TAVOLA ROTONDA, primo intervento. PAOLO RAVAZZANO: le dinamiche del lavoro interpellano il mondo della scuola e suggeriscono vie di uscita alla crisi odierna  

02.10.2013 - Paolo Ravazzano
Via-Lattea-ESO-700x465
Via Lattea Foto Eso

Piacenza, 27 aprile 2013: in occasione del convegno “Il Lavoro si Impara a Scuola” promosso da Diesse Emilia Romagna e Di.S.A.L., intorno a una piccola ma vivace tavola rotonda siedono Paolo Ravazzano, che si occupa prevalentemente di istruzione e formazione tecnica e professionale, Matteo Foppa Pedretti che si occupa di formazione professionale continua e insegna anche in un istituto tecnico, Diego Sempio che da anni lavora nell’istruzione e formazione professionale come docente e come dirigente e anche lui viene da diverse esperienze nel mondo del lavoro prima di operare nel mondo della scuola e della formazione, e infine Romolo Morandini, docente presso l’IPSIA Mattei di Fiorenzuola d’Arda.

Tema fulcro dell’incontro le seguenti domande: Perché sempre più le scuole si trovano a parlare di lavoro? Che cosa ha a che fare la scuola con il lavoro? Anzi, oggi, che cosa ha da offrire il mondo del lavoro alla scuola?

Le risposte sono una sfida per tutta la scuola italiana. Per i nostri ragazzi, innanzitutto.

Ne riproponiamo i passaggi più significativi in quattro articoli distinti. Il primo – questo – fornisce elementi di contesto che ci aiutano a capire perché insegnanti e dirigenti scolastici si trovano nuovamente a parlare di lavoro.

Nel duemila la Conferenza di Lisbona, dopo alcuni antecedenti illustri, ha parlato in modo deciso di società della conoscenza (knowledge society): tutte le analisi sul capitale umano, sul capitale della conoscenza, si stanno mostrando pregnanti perlomeno nell’evidenziare che questa appare sempre di più come una società che privilegia un certo modo di gestire la conoscenza, una certa qualità della conoscenza, e la relazione tra l’ uomo e la conoscenza, come ci insegna un paradigma non dualistico, non avviene più in modo specifico e predeterminato in una fase iniziale della vita, ma accade, un po’ per necessità legate ai mutati cambiamenti socioeconomici e un po’ forse venendo anche incontro alla natura umana, accade all’uomo lungo tutta la sua vita.

Cinque anni prima della conferenza di Lisbona era apparso un libro bianco curato dal commissario europeo Edith Cresson intitolato Insegnare e apprendere: verso la società conoscitiva; in questo testo venivano descritti alcuni shock che stava subendo la società e che ora noi vediamo perfettamente in atto: lo shock dell’informazione, che assumeva paradigmi di interscambio di quantità e di qualità in qualche modo inauditi, l’interscambio planetario di merci, di beni, di conoscenze, quindi una nuova grande globalizzazione, e poi un aumento di alcuni livelli tecnico-scientifici legato a una percezione non più inevitabilmente ottimistica (come poteva essere quella di cent’anni fa), ma a una percezione di disagio, quasi di minaccia, con cui si deve fare i conti. La gente è piena di tecnologia, ma non tutti; si parla di digital divide (divario digitale), ecc. Infine, la gente è attraversata dalla tecnologia ma questa enorme tecnologia (e questo grande aumento di informazione) non produce di per sé un aumentato benessere e un’aumentata certezza del soggetto.

Allora, di fronte a tutto ciò, uno dei consigli che il libro bianco indicava era in qualche modo interessante e problematico insieme: “avvicinare scuole ed impresa”.

Attraverso la rete planetaria di internet, queste tecnologie della comunicazione negli ultimi venticinque anni hanno in qualche modo cambiato radicalmente i comportamenti della società; ma anche molte logiche del mondo del lavoro fanno sì che la scuola oggi sia solo uno dei soggetti attraverso cui si può imparare, non l’unico.

Su questo forse molti docenti saranno gli ultimi a trarne le giuste conseguenze, ma i ragazzi le stanno già traendo: basti considerare i livelli di disaffezione, di demotivazione che provano non solo i ragazzi che hanno difficoltà a scuola, non solo i ragazzi che si trovano in scuole non eccellenti, ma anche ragazzi che a scuola tutto sommato non vanno affatto male e che frequentano scuole nient’affatto fatte male. Ad esempio, in un testo del professor Bertagna del 2010, emerge un po’ il riassunto di tutti questi dati, legato alla provocazione: “siamo sicuri che il metodo di apprendimento scolastico sia quello più adatto per tutti i ragazzi”? Qui si citano numeri che, all’incirca, sono…20% per la dispersione scolastica dopo la scuola media; 40% per le varie forme di disadattamento scolastico; e più del 60% dei ragazzi italiani fa parte del numero dei mediocri scolastici (“possibile che oltre il 60% dei giovani non meriti mai più della striminzita sufficienza?”).

Questa è la situazione che noi abbiamo di fronte: rispetto a questa situazione serve solo una rinnovata buona volontà o occorre entrare a tutti i costi in un nuovo paradigma?

Intanto questa situazione viene poco percepita nella sua drammaticità e spesso viene legata a certe “costrizioni” che la scuola subisce a causa delle cosiddette “riforme” degli ultimi anni. In realtà questa situazione non eccelsa ha una sua storia: quanto questi limiti e restrizioni siano imposti o quanto anche deliberatamente perseguiti nei decenni spetta agli storici della scuola dircelo. Si possono trovare in proposito importanti contributi ad esempio del professor Scotto di Luzio (La Scuola degli Italiani) e online del professor Felice Crema (Breve storia dell’Apparato che blocca tutto) che hanno recentemente parlato delle radici storiche, e in qualche modo sono radici “problematiche”, della scuola italiana. Sulla scuola media è intervenuto, mi pare in quest’ottica, anche il professor Rosario Mazzeo, che siede qui vicino a noi, in un interessante articolo di taglio storico che si può leggere in Che scuola è questa? Fotogrammi di 50 anni di storia.

Permane, più profondo di quanto si sospetta, un dualismo tra il sapere e il fare, di cui si è parlato in questo convegno. Ed esistono saperi diversi. Il sapere disciplinare, specializzato, (oggi in pratica… il sapere scolastico) non è l’unica forma del sapere.

Due rami della scuola molto diversi tra loro, come il settore della scuola oggi chiamata dell’infanzia e l’istruzione e formazione tecnico-professionale, si pongono inevitabilmente questo problema dell’esistenza di saperi diversi e della loro valorizzazione ai fini dell’apprendimento autentico. E ora forse anche il resto della scuola se lo sta ponendo, a più riprese e con esiti diversi.

 

Questa enfasi, che troviamo spesso nella scuola, sugli aspetti metodologici e didattici è una centratura per così dire interna alle singole ore di lezione, che sarà certamente da valorizzare, perché il buon lavoro dell’insegnante è anche (ma non solo!) lavoro didattico nelle lezioni, ma d’altra parte il recente marketing esperienziale su un settore completamente diverso come quello delle vendite ci ricorda che forse… anche l’allievo, come il cliente, non incontra astrattamente un’ora e poi un’altra ora, una tecnica didattica e poi un’altra tecnica didattica, una disciplina, poi un’altra… il cliente, come l’allievo, come anche il genitore, incontra certo tutto questo, ma in realtà fa esperienza innanzitutto di una totalità, di un soggetto tanto polimorfo quanto unico: la scuola. La cura per questo soggetto nella sua totalità è oggi quanto mai ardua, difficile, oscura.

 

Non per ultimo la scuola soffre degli apporti che lo Stato, che è la fonte legislativa e normativa di questo grande sistema, le porta: apporti che si cumulano, in modo disomogeneo, però sempre all’interno di una subalternità totale all’amministrazione pubblica. Si vedano su questo le osservazioni anche recenti, ma non solo, di Norberto Bottani (Requiem per la Scuola?).

 

Forse il ruolo della scuola è tutto da ricollocare e da rileggere.

Le competenze che sono entrate attraverso l’Europa dentro il mondo della scuola, la crisi economica che ha in qualche modo modificato e rilanciato le esigenze del mondo produttivo, ci spingono a riflettere sulle intersezioni tra due mondi: il mondo della scuola e il mondo del lavoro.

Quali sono allora le loro specificità? Ce ne dovranno pur essere, perché se tutto ciò che il mondo del lavoro ha da offrire al mondo della scuola fosse riproducibile in toto all’interno del mondo della scuola, possiamo benissimo evitare di porci la seccatura dell’interrelazione tra il mondo del lavoro e il mondo della scuola.

Forse quindi qualche propria specificità il mondo del lavoro ce l’ha da offrire, per quanto non sia facile da analizzare e da indagare.

 

Veniamo da anni di una cultura molto intellettuale che ha forgiato un paradigma scolastico in separatezza rispetto al mondo del lavoro e che ci aiuta poco a riflettere oggi su queste questioni; allora la domanda a questo punto è la seguente: stando l’allievo in istruzione-formazione e non in produzione (su questo dobbiamo essere chiari: per allievo si intende il ragazzo che ha superato la scuola secondaria inferiore), come il lavoro, le dinamiche del mondo del lavoro, l’alleanza col mondo del lavoro, possono concorrere al suo apprendimento?

Questa è la domanda che io lascio ai miei colleghi: come il mondo del lavoro può concorrere non solo all’addestramento, che non è affatto disprezzabile (però se è ridotto a quello soltanto, crea tutta una serie di fragilità che a livello socio economico poi si faranno sentire), come può essere oltrepassato il livello meramente addestrativo? C’è veramente un apporto a livello di conoscenze, di competenze e di apprendimento che il mondo del lavoro può offrire?

 

(seguono interventi di Diego Sempio, Matteo Foppa Pedretti, Romolo Morandini)

 

Non chiudiamo questa tavola rotonda con pretese di giudizi esaustivi o assoluti, ma come una panoramica di suggestioni, di domande…in questo campo, più che mai, infatti, sono le domande che contano. (…) Due spunti finali, sull’imparare e sulle persone. Sulla formula, ora molto in voga, “imparare ad imparare”, ci limitiamo a affermare che c’è oggi più che mai una forma di insegnamento e una forma-scuola che fa apprendere, pare…magari anche molto, ma inibisce poi negli anni a venire ogni ulteriore apprendimento, proprio l’opposto del continuare ad imparare…e su questo occorrerebbe interrogarsi a fondo.

Perché parliamo non di cose, ma di ragazzi, cioè di giovani uomini. In proposito Evtušenko scrive:

 

Non esistono uomini poco interessanti

I loro destini sono storie di pianeti

In ciascun destino tutto è singolare, particolare,

e non esiste un altro pianeta che gli somigli.

(…)

Ciascuno ha un mondo misterioso tutto suo.

E in esso c’è l’attimo più bello

e l’ora più tremenda,

solo che noi non ne sappiamo niente.

 

Non è casuale che traiamo questa citazione da un testo di Ivan Illich, di quarant’anni fa, Descolarizzare la Società, …forse questo filone di pensiero, depurato dall’ideologia di quegli anni, ha ancora qualcosa di urgente, di essenziale da dirci? Dietro il malessere e le risorse di ogni singolo, allievo o insegnante, ci sono le risorse e il malessere di tutta la scuola…proviamo a portare avanti entrambi questi livelli…la Bottega sul Lavoro (http://lebotteghedellinsegnare.diesse.org/lavoro) e l’associazione Diesse servono a questo. Per me è stato così, e lo è ancora.

I commenti dei lettori