RITORNO AD ABBEY ROAD/ 8. Beatles: Genio o follia? La nascita di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”

Il 24 novembre 1966 i Beatles entrano negli “Abbey Road Studios” di Londra. John e Ringo hanno 27 anni, Paul 25 e Harrison 24: sono i quattro musicisti pop più famosi del pianeta e stanno per incidere un disco che rimarrà nella storia. Il racconto di WALTER GATTI    

02.11.2009 - Walter Gatti
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Il 24 novembre 1966 i Beatles entrano negli “Abbey Road Studios” di Londra. John e Ringo hanno 27 anni, Paul 25 e Harrison 24: sono i quattro musicisti pop più famosi del pianeta.
Pochi mesi prima, nell’agosto ’66, dopo un concerto al Candlestick Park di San Francisco finito con un oceanica “caccia al beatle” di ragazzine urlanti e fans esagitati, Paul e John (fuggendo su un piccolo van della Ford) avevano deciso che la band avrebbe lasciato per sempre l’attività live per diventare una formazione di studio. Una scelta dolorosa, ma alla fine da tutti condivisa: stop ai concerti, basta fughe sui sedili posteriori di auto o furgoncini. È ora di dedicarsi solo e soltanto alla musica e alla sperimentazione che già in “Revolver” aveva raggiunto punte di creatività assoluta.

Nel novembre del ’66, mentre Indira Ghandi diventa primo ministro dell’India, l’Inghilterra si vanta della vittoria ai campionati del mondo di calcio, Lyndon Johnsson aumenta i bombardamenti in Vietnam e Aldo Moro è presidente del consiglio italiano, George Martin è negli studios in attesa dei quattro ragazzi prodigio. L’appuntamento è stato fortemente voluto da Brian Epstein, loro manager – contrarissimo, anche per motivi di prestigio personale, al ritiro dall’attività concertistica (una scelta che l’aveva segnato così profondamente che pochi giorni prima dell’appuntamento in Abbey road, Brian cercò di suicidarsi nella sua casa di Belgravia, quartiere esclusivo di Londra).

Epstein insisteva per avere un nuovo ’45 giri beatlesiano per i primi mesi del ’67, un singolo discografico che avrebbe anticipato il nuovo ellepì degli “scarafaggi”. “Revolver” era uscito nella tarda primavera del ’66: a quei tempi non si faceva trascorrere troppo tempo tra un disco e l’altro, il marketing non aveva ancora inventato il problema della “sovraesposizione”…

Arrivati ad Abbey Road, Lennon (che pochi giorni prima, il 9 novembre, aveva incontrato per la prima volta Yoko Ono, all’Yndica Gallery, un incontro che negli anni successivi avrebbe cambiato la vita del chitarrista di Liverpool) spiazza gli altri con un pezzo già pronto, costruito durante l’estate trascorsa in Spagna.
La canzone racconta di un luogo magico della sua infanzia: il cortile di un orfanotrofio dove il piccolo John andava a giocare e dove si tenevano periodicamente fiere di giostre e bancarelle. L’orfanotrofio si chiamava Strawberry field. Una voce, una chitarra elettrica, un organo registrato da McCartney: la prima base della canzone è già fissata entro la fine di novembre, ma a questa a poco a poco si aggiungono mille elaborazioni, arrangiamenti, diavolerie.

Agli Abbey Road lavorano su un 4 piste (oggi mediamente si produce su 48 o 64…), ma i tecnici fanno miracoli: Lennon propone l’uso del mellotron, Harrison introduce uno strumento indiano, lo swordsmandel, Martin recluta trombe e altri ottoni. Ringo, che ha suonato la batteria, segue le provocazioni di McCartney e George Martin per capovolgere il suono dei piatti e in quindici (solo….) diverse prove riesce a trovare una base ritmica che in certi punti, ascoltata al contrario, riesca a dare “un certo suono misterioso dei piatti”.
Lavorano per quasi una settimana e al termine di questo colossale assemblaggio, i Beatles hanno in mano due differenti versioni della canzone, diversissime tra loro, una orchestrale, l’altra psichedelica e onirica.

All’inizio di dicembre John chiede a George Martin: «A noi piacciono entrambe le versioni: puoi provare ad assemblarle tra loro?». Puoi provare? E sia! George Martin e il tecnico Geoff Emerick aggiungono una ulteriore nota di follia, assemblando i due nastri diversi (la mitica registrazione sei e la ventisei), differenti in arrangiamenti e in velocità di esecuzione, per dar vita a una canzone unica. Il risultato finale, Strawberry Fields Forever, è uno dei punti più alti, magici e complessi di tutta la produzione dei quattro di Liverpool. La storia già così è ricca, eppure… è monca. Fascinosa, ma monca.

 

 

 

 

 

Di cosa parla la canzone? Cosa aveva da dire Lennon in questo brano dalla gestazione così fantasiosa? Raccontando sprazzi di ricordi di infanzia, John aveva da dire l’incertezza di sé, perché la canzone dice che «non c’è nulla di reale», che «va tutto bene, ma non ne sono sicuro, anzi le cose non vanno poi così male», anzi, «tutto è giusto», ma «non sono d’accordo con me stesso».

Come racconta uno dei più sottili biografi beatlesiani, Mark Hertsgaard (nel suo "A day in the life"), «John non sa dove si trova, ma sa che vorrebbe scappare, forse in un’infanzia idealizzata di fiere estive, forse in un mondo psichedelico di sogno, rappresentato dall’immagine stupefacente di campi verdi e fragole rosse che si estendono all’infinito» (quelle fragole che due anni fa sono diventati l’imprinting di uno stupendo film, "Across the universe", che ha utilizzato proprio le canzoni dei Beatles come background di una storia generazionale, trasformando le fragole lennoniane in un prodotto artistico di amore e odio…).

Ma le parole centrali della canzone vengono dopo: «None i think is in my tree/ I mean it must be high or low – Penso che non ci sia nessuno sul mio albero/ Voglio dire che deve essere troppo alto o troppo basso». Come riporta ancora HarHertsgaard: «L’idea, rivelò in seguito John, era che nessuno altro sembrava essere sulla sua medesima lunghezza d’onda, quindi doveva essere un pazzo oppure un genio».

Pazzia o genialità? Ci avviciniamo al nocciolo della questione. Arte o follia? Lo stesso dilemma nascosto nelle parole di Lennon a George Martin (che abbiamo già raccontato): «Puoi provare ad assemblare le due versioni della canzone?».

Riporta Mark Lewisohn, nelle sue fondamentali "Recording Sessions": «In queste parole c’era l’illimitato ottimismo creativo che i Bealtes respiravano in quei giorni. Mi disse uno dei tecnici degli "Abbey roads studios", c’era una cosa che dicevano sempre: "Non esiste non si può. Cosa significa non si può?" Non erano parole che appartenevano al loro vocabolario di quei giorni. Se avevano un idea, un idea qualsiasi, pensavano fosse possibile realizzarla». Ancora: pazzia o genialità?

Mentre la band era intenta a registrare Strawberry Fields Forever, Paul McCartney aveva un asso nella manica, chiamato Penny Lane. Una delle canzoni più efficaci della discografia beatlesiana, ritratto veloce ed efficacissimo di quell’angolo di Liverpool dove John e Paul si incontravano da studenti, tra la fermata dell’autobus e Barney’s, il pub dove i Quarryman si esibirono per la prima volta; su Penny Lane si affacciava anche la Dovedale Primary School frequentata da George Harrison. Introspettiva e psichedelica la canzone di Lennon, fotografica ed espressiva, quella di Paul, con quello stupendo verso: «Penny Lane sei nelle mie orecchie e nei miei occhi», che pare un inno alla realtà vista e mai dimenticata. La canzone di McCartney viene realizzata in soli tre giorni.

Il singolo, dove anche “tecnicamente” le due canzoni di Lennon e McCartney sono indicate come due lati A (a suggerire che non c’era una canzone “inferiore” all’altra) esce il 17 febbraio ’67. Il pubblico, le classifiche e Brian non reagiscono particolarmente bene, ma in quei giorni, i cinque (la band più George Martin) sono troppo impegnati in altro per preoccuparsene.
Le due canzoni avevano segnato il programma di lavoro del ’33 giri che doveva contenerle, un disco che doveva ruotare – almeno questa era l’ipotesi iniziale – intorno al ritorno alla loro infanzia.

Nel gennaio ’67, però, il disco prende una direzione inattesa. McCartney si presenta durante una sessione di registrazioni con una canzone che raccontava i prodigi della “Band dei Cuori Solitari del Sergente Pepe”. Racconta Philip Norman in "Shout, la vera storia dei Beatles": «Era una canzone di Paul, ricorda George Martin, una canzone del tutto normale, non particolarmente brillante. Quando la finimmo, McCartney disse: "Perché non costruiamo tutto un album come l’orchestra esistesse realmente, come se fosse la Sgt. Pepper’s Band a fare il disco? Da quel momento, fu come se Sgt. Pepper avesse una vita propria"».

Così, tra bizzarrie e genialità, nell’inverno tra il ‘66 e il ‘67 stava nascendo uno dei dischi che avrebbero segnato la storia della musica pop: "Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band".
Le sue linee costruttive sono segnate dagli episodi intorno ai due primi brani, genio, follia e la convinzione: “nulla è impossibile”.

Da qui tutta la musica pop ha poi preso strade mai percorse. Tutto era iniziato con Strawberry Field Forever e Penny Lane. Ironia della sorte: le due canzoni che avevano dato l’avvio, furono bellamente escluse dal disco e non esistono se non come ’45 giri. Una esclusione di cui George Martin, “colpevole” della scelta, non ha saputo mai darsi pace…

 

 

 

 



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