SONDAGGI REFERENDUM 2016/ Il futuro di Renzi? Lo decidono i “libertarians” all’italiana

“Se va male io non sarò della partita” ha detto ieri Renzi. Coincidenza, Napolitano in serata è andato a Porta a Porta. Cosa faranno gli italiani? L’analisi di ARNALDO FERRARI NASI

22.11.2016 - int. Arnaldo Ferrari Nasi
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Matteo Renzi (Foto: LaPresse)

“Se va male io non sarò della partita” ha detto ieri Renzi, tornando ad alzare la posta dopo un fine settimana segnato dalle polemiche sul termine di “accozzaglia” con cui il capo del governo (che si poi è scusato) ha indicato la compagine del No alla riforma costituzionale da lui voluta. Forse anche per questo ieri l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, padre nobile della riforma Renzi-Boschi, è andato in tv nel salotto di Porta a Porta. “Non si vota pro o contro questo governo — ha detto il senatore a vita —. L’occasione per giudicare Renzi ci sarà con le prossime elezioni che al momento si terranno nel 2018”. Ancora una volta Napolitano corregge Renzi? Parrebbe di sì, visto che il presidente del Consiglio, con la sua dichiarazione di ieri pomeriggio, sembra essere tornato all’ultimatum dell’estate scorsa, a quella sorta di io non ci sto (alla sconfitta) che tre mesi dopo assomiglia, più che a una scommessa, a un ricatto sulla stabilità del paese. Arnaldo Ferrari Nasi, sociologo e sondaggista, invita a diffidare dei sondaggi. Ma fa una previsione.

Siamo rapidamente tornati alla diretta Facebook da Palazzo Chigi e al vecchio messaggio “se perdo me ne vado”. Perché questa scelta di comunicazione?

Temo che non sia il frutto di una scelta, ma dell’aver esaurito le carte. Renzi si scopre debole e indeciso su cosa fare. Era partito come una bomba, gli sembrava di avere il vento in poppa: calo l’asso e faccio il bluff, minaccio di andarmene. Ma la ripresa non c’è stata, e la decisione è cambiata di pari passo con le previsioni del Pil.

Il referendum è su Renzi o no?

La forza di Renzi è ancora l’assenza di alternativa, perché Grillo deve ancora dimostrare di esserlo e il centrodestra è in pezzi.

Quindi?

I Sì e i No sono ancora molto fluidi. C’è chi vota No per mandare via Renzi, alcuni sono convintamente per il No perché non apprezzano la riforma, altri sono per il No ma potrebbero essere “dispiaciuti” se Renzi se ne dovesse andare. Ecco, richiamerei l’attenzione su questo gruppo.

Chi sono costoro esattamente?

Li definirei libertarians all’italiana. Negli Usa sono coloro che a seconda del loro interesse economico, o in tema di diritti civili, spostano più facilmente il voto da un campo all’altro, apprezzando temporaneamente un leader che non è il loro leader naturale. In Italia potrebbero valere il 13 per cento dell’elettorato. Non sono quelli che votano Sì turandosi il naso, ma quelli che si dispiacerebbero se Renzi si dimettesse.

Qual è oggi la difficoltà di Renzi? 

Non avere ancora un partito a sua immagine e somiglianza. Questa, però, è un’altra puntata… Renzi sta tentando, senza riuscirci, di prendere le misure ad un elettorato potenziale che gli sfugge. Ieri ha rimesso a posto la bandiera europea, perché ha capito di rappresentare un elettorato pro-Europa: alzare la voce con Juncker gli porta simpatia, ma non senza bandiera, che tra l’altro è prevista dalla legge. Averla tolta non gli porta i voti di Salvini.

 

Ha capito che vince con i voti di centro.

Sì, ma quali voti di centro? Il centro in Italia è molto ampio. E stiamo parlando di un “animale politico”, Renzi, che la gente non ha mai visto prima d’ora, una sorta di Blair all’italiana, non so se più nei fatti o nelle intenzioni.

 

Ci hanno detto finora che il No è davanti e il Sì insegue. Dietro stanno gli indecisi, e poi la grande fetta del non voto. Che cosa accadrà in queste due settimane?

Guardi, ho davanti a me il sito del governo con gli ultimi sondaggi. C’è un più/meno 3,5 come percentuale di errore che è fisiologico, qui tutti sembrano dimenticarlo. Vuol dire che se ho il 50 per cento di Sì, è come se dicessi 53,5 o 47 per cento solo a livello teorico, se poi ci sono degli errori l’attendibilità è pregiudicata. Poi in quest’altro leggo del 35 per cento di indecisi, li chiamano “indecisi” per dargli un’etichetta, ma è gente che dice “no grazie”. In un’altra rilevazione si parla di una “affluenza” — termine à la page — del 57 per cento. Vuol dire che il 43 per cento non ha risposto al sondaggio… sa che cosa significa? Che parliamo quasi del niente.

 

E quali conclusioni trae da tutto questo?

Che con i margini di errore che ci sono e la gente che non risponde, il sondaggio non è uno strumento sufficientemente preciso per fare previsioni pre-elettorali. Per arrivare a livelli di precisione accettabili ci sarebbero costi così elevati e tempi così lunghi che sono sconvenienti per tutti. Del resto, America docet.

 

Dunque si può prevedere o no il responso delle urne?

In parte sì. Non però con un’analisi che dica che cosa vota domattina il mio vicino di casa, ma che faccia capire chi è e quindi che cosa probabilmente voterà. Le faccio un esempio: come sono andate le amministrative? Renzi credeva di vincere e ha perso, Salvini credeva di vincere e ha perso, Grillo credeva di vincere e ha vinto. A settembre 2015 ho fatto un sondaggio con queste domande: che leader politico serve in Italia? Tre le opzioni: uno che sappia fare bene le cose e faccia ripartire l’Italia, uno che ci protegga dall’Europa e dall’immigrazione, uno trasparente e onesto. Ovviamente erano Renzi, Salvini e Grillo. Risultato: 30, 13 e 60 per cento. Non è l’esito di 8 mesi dopo?

 

Allora gli italiani hanno le idee più chiare di quello che sembra.

Assolutamente sì. Il che non vuol dire che sappiano ripetere a memoria il nuovo articolo 70. Ma un’opinione ce l’hanno e sanno cosa fare, se vogliono.

 

Secondo lei come andrà a finire il 4 dicembre?

Credo che il No possa vincere. Lo direi anche se i sondaggi dessero il Sì al 70 per cento.

 

Addirittura. 

Ma certo: se avessi i Sì al 70 per cento e il 50 per cento che non risponde… Hillary Clinton era avanti di 10 punti, no?

 

(Federico Ferraù)

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