PRAGA/ Maria torna sulla colonna della città vecchia: ora manca solo Radetzky

- Ivo Musajo Somma

La statua della Madre di Dio è tornata sulla colonna della piazza al centro di Praga. Il buon senso sta con l’identità e la storia, non con l’odio distruttore

praga piazza cittavecchia 1 pixabay1280
La piazza senza la colonna, ora ripristinata (Pixabay)

Chi si trovasse oggi nella piazza della città vecchia di Praga dopo alcuni mesi o anni di assenza dalla capitale boema sarebbe senz’altro colpito da un dettaglio di non poco conto: una colonna mariana, una di quelle colonne barocche sormontate da una statua della Madonna che costellano la Mitteleuropa, si innalza nella piazza. Fino a pochi giorni fa non c’era; o meglio, prima c’era… e adesso è tornata al suo posto.

La colonna mariana era stata innalzata nella piazza di Staré Město, la città vecchia di Praga, nel 1650, in conclusione della Guerra dei trent’anni, un conflitto che aveva lasciato in Europa centrale una scia di sangue e distruzione. Praga, in particolare, fu teatro dell’ultima grande battaglia della guerra: sebbene investita nel 1648 da una grande armata svedese, la città sulla Moldava, difesa da Rodolfo di Colloredo, un veterano dell’esercito asburgico e un comandante di dura tempra, non fu violata dai nemici; fu però saccheggiato il castello reale sulla collina di Hradčany, nel quale erano custodite le ricche collezioni artistiche raccolte da Rodolfo II, uno dei due imperatori – l’altro è Carlo IV – che hanno indelebilmente legato il loro nome a Praga. La colonna esprimeva il ringraziamento alla Madre di Dio per la salvezza della città in circostanze tanto drammatiche, ma, al contempo, non poteva che richiamare anche la vittoria della fede cattolica e della casa d’Austria sul protestantesimo e sui loro nemici.

Il 3 novembre 1918, alle soglie del crollo dell’antica monarchia asburgica, una folla di nazionalisti cechi celebrava l’indipendenza accanendosi sulla colonna mariana quale simbolo dell’impero asburgico e del cattolicesimo. Non bisogna dimenticare che i vertici del movimento nazionalista ceco erano legati alla massoneria e permeati di sentimenti anticlericali, oltre che violentemente antiaustriaci: in questo senso la figura di T.G. Masaryk, primo presidente della repubblica cecoslovacca, è assolutamente emblematica. Lo stesso dicasi per il suo collaboratore e successore E. Beneš, per il quale, come ebbe a dire, “Hitler era sempre meglio degli Asburgo”.

L’abbattimento e la distruzione della colonna e della statua della Vergine rappresentavano quindi il desiderio di operare una cesura col passato, anche se, beninteso, non bastava un gesto blasfemo e iconoclasta per cancellare secoli di storia, cultura, tradizioni. Lo scrittore praghese Johannes Urzidil, attraverso la voce di uno dei protagonisti del suo Trittico praghese, rievoca l’episodio: “[…] quel giorno in cui sull’Altstädter Ring la colonna mariana fu abbattuta ‘a significare la vittoria della rivoluzione’ […] io, confuso tra la folla mi misi a brontolare che abbattere colonne mariane non significava un bel niente e perciò mi ritrovai alle calcagna alcuni patrioti inferociti, cercai scampo nei passaggi interni tra le case della vicina Eisengasse e correndo a zig–zag riuscii a seminare i miei persecutori”.

Il nuovo Stato nazionale non si doveva rivelare né tollerante né inclusivo come il vecchio impero e, passata la sbornia nazionalista, sarebbe prima caduto vittima della Germania nazionalsocialista e poi sotto il giogo del blocco sovietico. Come ebbe a scrivere sir Winston Churchill a proposito della fine della vecchia Austria: “Non esiste uno solo tra i popoli o le province che costituivano l’impero degli Asburgo che non abbia pagato l’indipendenza con quei tormenti che gli antichi poeti e teologi riservavano ai dannati”.

Fin dagli anni Novanta era nato il progetto di innalzare nuovamente la colonna sul luogo dove sorgeva un tempo e, nonostante un lungo strascico di polemiche alimentato soprattutto da chi continua ad avallare l’interpretazione del monumento propria del nazionalismo ceco, alla fine chi rivoleva la colonna al suo posto l’ha spuntata e all’inizio di giugno una copia fedele della colonna seicentesca è stata ricollocata sulla piazza della città vecchia. Non certo un simbolo di revanscismo cattolico o monarchico, ma piuttosto il segno di una serena e ferma volontà di ritrovare le proprie radici e i motivi profondi della propria identità. Senza negarne la complessità. Sulla stessa piazza, infatti, sorge l’imponente (forse troppo…) monumento eretto nel 1915, ancora all’epoca della Praga asburgica, a Jan Hus, il teologo eterodosso arso sul rogo nel 1415 e divenuto uno dei simboli del nazionalismo ceco.

In questi giorni ho istintivamente paragonato la pienezza di significato di quanto appena avvenuto a Praga con il vuoto desolante delle manifestazioni iconoclastiche alle quali stiamo assistendo negli Usa e nel Regno Unito, come pure, in misura minore, in altre parti dell’Occidente. A Praga un antico monumento ritrova il suo posto colmando il vuoto che aveva lasciato nella fisionomia cittadina, in altre città folle di ossessi vezzeggiate dai media e dall’establishment liberal sfregiano e abbattono altre statue e altri monumenti.

Sulla Moldava viene conferito nuovo significato, nuovo valore, a più livelli, sul piano religioso, certo, dal momento che si tratta di un’immagine della Madonna, ma anche sul piano della pacifica riacquisizione della propria storia e della propria identità culturale. Altrove si abbattono Cristoforo Colombo e il generale Lee e si sfregia Winston Churchill – ma anche Indro Montanelli, per venire più vicino a noi. Perché poi fermarsi qui? Perché non accanirsi (in realtà lo si fa eccome) contro Platone e Aristotele, Omero e Virgilio, Dante e Shakespeare? Non erano tutti “maschi bianchi morti”? Si capisce bene l’odio implacabile del nichilismo postmoderno contro i canoni della cultura occidentale e contro quello che il mai abbastanza rimpianto sir Roger Scruton chiama “il curriculum tradizionale” degli studi umanistici: “Mentre sostiene che tutte le culture sono uguali e quindi considera assurdo un giudizio fra di esse, il nuovo relativismo fa occultamente appello alla credenza opposta. È impegnato a persuaderci che la cultura occidentale e il curriculum tradizionale sono razzisti, etnocentrici, patriarcali e pertanto esclusi dall’accettabilità politica”. E ancora: “L’idea dominante postmoderna è che la cultura occidentale sia un fardello dal quale oggi siamo stati liberati. La liberazione è totale: tutti i vincoli sulla mente si sono sciolti, comprese le screditate regole di verità, oggettività e significato. Con il crollo della vecchia cultura ci troviamo di fronte un panorama desolato, senza valori, scopi o significato”. Un panorama desolato disseminato di gloriose rovine e statue mutilate. Paradossalmente, l’esito di secoli di razionalismo è stato l’imporsi di una nuova cultura che umilia il logos e di un nuovo, feroce dogmatismo fondato sulla politically correctness.

Ma non vorrei concludere queste righe con toni tanto amari, vorrei invece tornare da dove ho preso avvio, nella Praga di Carlo IV e di Rodolfo II, nella Praga magica incomparabilmente descritta in un celebre libro di Angelo Maria Ripellino… pregustare la mia prossima visita nell’incantevole capitale boema e il momento in cui incontrerò lo sguardo benevolo della Madre di Dio nella piazza della città vecchia. Se poi un giorno dovesse ritrovare il suo posto anche la statua del feldmaresciallo Radetzky (inequivocabilmente boemo, del resto) che un tempo sorgeva nella piazza di Malá Strana (la Kleinseite, il Piccolo quartiere), allora sarebbe davvero perfetta letizia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA