PRODUZIONE VACCINI/ Così Italia e Ue possono rimediare alla figuraccia di Bruxelles

- Giuseppe Sabella

Ieri si è tenuto un incontro tra il Ministro Giorgetti e il Commissario Breton per parlare della possibile produzione di vaccini anti-Covid nel nostro Paese

bollettino vaccini covid
Vaccini Pfizer vengono estratti con una procedura veloce dai frigoriferi speciali (LaPresse)

L’emergenza sanitaria e vaccinale sta accelerando i lavori di Governo italiano e Commissione europea nella rifondazione dell’industria farmaceutica continentale. Com’è noto, negli ultimi 7 giorni si sono raggiunti intendimenti importanti tra il Ministro Giorgetti e il Presidente di Farmindustria dott. Scaccabarozzi in merito alla possibilità di produrre vaccini anti-Covid in Italia, anche in vista del colloquio di ieri che lo stesso Ministro ha avuto con il Commissario Thierry Breton.

Mentre la nuova ondata del contagio sta stressando l’Europa tutta, la Commissione è stata travolta dai ritardi delle Big Pharma più volte venute meno agli accordi sottoscritti con l’Unione. La politica comunitaria dell’acquisto dei vaccini doveva essere un pilastro del corso von der Leyen, ma qualcosa è andato storto, tanto che ora c’è chi procede in modo autonomo (vedi Austria e Danimarca che produrranno i vaccini insieme a Israele ma anche i Paesi dell’area Visegrad che acquistano il vaccino da Russia e Cina). In questo quadro, la Commissione sta lavorando per potenziare l’industria farmaceutica e la sua capacità produttiva, progetto che vede l’Italia in prima linea.

Quello tra Giorgetti e Breton è stato un incontro proficuo, del resto a Bruxelles c’è ampia consapevolezza del ruolo importante che l’Italia può giocare a livello di riorganizzazione dell’industria europea, essendo il nostro Paese secondo solo dopo la Germania in termini di produzione manifatturiera e particolarmente eccellente proprio nel comparto della farmaceutica.

A ogni modo, Giorgetti ha aggiornato Breton circa quello che concretamente potrà fare l’Italia nella produzione dei vaccini anti-Covid, quanti impianti potrà attivare e in quanto tempo (informazioni ancora coperte da riservatezza condivise con i vertici di Farmindustria). Il problema degli impianti per la produzione dei vaccini è un problema europeo e la mole di risorse del Recovery Fund serve proprio a ricostruire l’industria continentale con la finalità non solo di innovarla, ma anche di rendere l’Ue più indipendente da Usa e Cina. Da questo punto di vista, Breton è stato infatti fra i primi a cogliere l’urgenza dell’autonomia vaccinale su scala europea, capendo le insidie della dipendenza dalle Big Pharma che oggi, ahimè, stiamo pagando.

Al di là del fatto che l’Unione in questa fase sta facendo una pessima figura perché questa è un’operazione che non doveva conoscere intoppi – cosa che ancora una volta alimenta come stiamo vedendo le spinte nazionaliste – non possiamo però non dire che Pfizer e Moderna sono inadempienti contrattualmente, al di là del fatto che qualcuno dica che non siano previste penali per le mancate consegne di vaccini. Nessuno tuttavia conosce quegli accordi perché sono secretati nei punti chiave.

Il punto vero però è un altro ed è ciò che Breton ha capito benissimo: l’Europa deve raggiungere la sua autonomia produttiva. Chi prima uscirà dall’emergenza sanitaria, prima uscirà dall’emergenza economica. E in una fase di potente riconfigurazione della globalizzazione, nessuno fa favori a nessuno, se non per un interesse diretto. Come, per esempio, stanno facendo Russia e Cina: con i loro vaccini Sputnik e Sinopharm, proseguono nella loro politica di penetrazione in Europa.

L’Unione paga scelte sbagliate e tardive di politica industriale: a differenza degli Usa, ma anche di Cina e Russia, l’Europa non ha considerato che produrre vaccini era una cosa strategica. Non che l’industria farmaceutica in Europa sia debole, tutt’altro. Si pensi a colossi come Bayer, Novartis, Sanofi, ma anche alle nostre Menarini, Chiesi, Angelini, Dompé, Bracco, Zambon, ecc. Il punto è che per produrre vaccini ci vogliono impianti specifici di cui al momento scarseggiamo.

Ci stiamo pensando ora, meglio tardi che mai. L’errore vero è stato quello di non pensarci un anno fa. E le ragioni che dovevano spingerci a farlo sono diverse: ciò significa non solo rispondere all’emergenza sanitaria, ma anche creare sviluppo occupazionale nel settore dei macchinari (bioreattori e biofermentatori) per gli impianti destinati alla produzione dei vaccini. Auguriamoci che i tempi dell’operazione non siano lontani da quelli ipotizzati, forse un po’ ottimisticamente, dal Commissario Breton.

Twitter: @sabella_thinkin

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