RICONOSCIMENTO FACCIALE/ La fine della privacy che ricorda la gogna mediatica cinese

- Patrizia Feletig

La limitazione della privacy dei cittadini tramite sistemi di riconoscimento facciale in luoghi pubblici ormai non è più una prerogativa della Cina

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Durante la Rivoluzione culturale in Cina bastava anche solo indossare degli occhiali per rischiare di essere spediti nelle risaie per la rieducazione e scrollarsi di dosso l’infamia di apparire un intellettuale. Sono passati più di 40 anni, ma non è tramontato il piglio autoritario del Governo cinese nel plasmare i comportamenti dei suoi 1,3 miliardi di abitanti. Molti sforzi sono stati profusi per scoraggiare alcune radicate abitudini reputate incivili, come per esempio, sputare per terra, stravaccarsi su panchine, o scendere per strada a fare due compere in pigiama. Proprio per reprimere quest’ultima consuetudine, fallita la pressione del conformismo sociale, la municipalità di Suzhou, 10 milioni di abitanti, ha escogitato di ricorrere alle moderne tecnologie digitali per applicare la gogna mediatica ai malcapitati in giro per strada in pantofole e vestaglia.

Sul profilo del comune cinese della piattaforma di messaggistica WeChat (l’omologo di WhatsApp autorizzato in Cina), sono state caricate le foto di 7 cittadini “indecorosi” catturate da alcune delle 600 mila telecamere dotate di Intelligenza Artificiale in azione nel Paese. Queste apparecchiature, provviste di sistemi di riconoscimento facciale, consentono di confrontare in tempo quasi reale, i volti ripresi con l’immenso archivio di dati biometrici in mano del Governo e raccolti attraverso svariati canali: social media, accesso a servizi pubblici, documenti d’identità, ecc. Sull’immagine online comparivano anche i dati anagrafici dei cittadini stigmatizzati in flagrante delitto di sciatteria.

Altrove la grave violazione della privacy e dei diritti umani fondamentali sarebbero apparsa subito evidente, ma in Cina, perfetto Stato di capitalismo di sorveglianza (dove peraltro è in vigore un meccanismo di profilazione che attribuisce a ciascuno un punteggio di credito sociale), la messa alla berlina online viene giustificata per la finalità moralizzatrice contenuta nel roboante post di accompagnamento. Il disinvolto abbigliamento sarebbe la causa di una più generale indisciplinata e compiacente attitudine mentale. Il tentativo educativo di Suzhou non sarebbe mai arrivato alla nostra conoscenza se un reporter della BBC ne avesse tratto spunto per un servizio che è rimbalzato sui siti d’informazione dei quotidiani mondiali, sollevando un putiferio di polemiche e pressioni che hanno suggerito poi ai solerti funzionari municipali di ritirare le immagini.

Per quanto grottesca, la vicenda cinese dovrebbe suggerirci di riflettere sull’impatto di queste tecnologie di controllo. Mentre l’Unione europea sta discutendo la messa al bando per 3-5 anni del riconoscimento facciale nei luoghi pubblici, la polizia di Londra annuncia che userà delle videocamere con riconoscimento facciale in tempo reale per la prima volta nelle strade della capitale confrontando le immagini con una lista di sospetti e ricercati in suo possesso. Ma la schedatura potrebbe essere sconfinata e riguardare praticamente chiunque a leggere lo scandalo scoperchiato dal New York Times sulla start-up Clearview AI. La società australiana ha raccolto tre miliardi di foto e una montagna di informazioni estraendole con la tecnica dello scrapping, modalità più o meno illecita, per venderle poi alle forze dell’ordine di tutto il mondo e facilitare il passaggio tra l’identificazione (chi siamo) e la correlazione con altri dati raccolti in altri momenti.

Gli attivisti per i diritti civili sono sul piede di guerra, ma tutti dovremmo essere un po’ più consapevoli per decidere come vogliamo essere spiati. È comunque la fine della privacy come l’abbiamo conosciuta.

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