RIFORMA PENSIONI/ La nota che smonta una certezza dei sindacati

- Giuliano Cazzola

Un documento redatto dalla commissione tecnica sulla separazione tra previdenza e assistenza rappresenta un duro colpo per le tesi dei sindacati

riforma pensioni
Lapresse

RIFORMA PENSIONI. Corroborato dal clima festivo, consapevole che sono aperti “tavoli” di incontro/confronto tra Governo e sindacati in materia di pensioni, dopo le presunte aperture di Mario Draghi verso le proposte dei sindacati con il progetto di superare interamente la riforma Fornero (non si è ancora capito se in avanti o all’indietro), Pasquale Tridico non poteva rinunciare a dire la sua – in una intervista a Il Messaggero, nella quale, oltre a dare conto del lavoro straordinario a cui si era sottoposto l’Istituto di via Ciro il Grande per far partire (finalmente) l’assegno unico per i figli – sulle pensioni, l’argomento che rappresenta la “croce e delizia” degli italiani. 

Il Presidente dell’Inps non si sforza a indicare nuove soluzioni (anche se a dire il vero alza a 64 anni il cursore dell’età minima di pensionamento): per lui la soluzione rimane quella di liquidare prima la parte in regime contributivo da integrare al raggiungimento dell’età di vecchiaia con il residuo retributivo. La ratio di una misura siffatta rimane avvolta nel segreto perché non si capiscono i motivi reconditi che dovrebbero indurre a penalizzare i più anziani (che hanno una storia retributiva più lunga) e a favorire quei lavoratori assicurati dal 1° gennaio 1996 o privi di almeno 18 anni di anzianità alla fine dell’anno precedente. Tridico inserisce la sua proposta in alcune considerazioni di carattere generale sui grandi miti del nostro tempo a partire dalla flessibilità del pensionamento. “La sostenibilità del nostro sistema è fortemente connessa al fatto che ci sono troppe poche persone che lavorano, soprattutto giovani. Da decenni siamo inchiodati a un numero: 23 milioni di lavoratori”. E aggiunge: “Il tasso di occupazione è del 58-59% sul totale degli attivi. E ci sono 3,5 milioni di lavoratori in nero. Negli ultimi 30 anni tutte le riforme del lavoro hanno provato ad alzare questo tasso con la flessibilità. È stato un fallimento”. 

Per non tradire il pensiero del professore, sarà bene precisare – a quanto si capisce – che la flessibilità di cui parla non è quella della quiescenza, ma dei rapporti di lavoro (per fortuna ci viene risparmiata la rappresentazione consueta di un Paese devastato dalla precarietà). E magari ricordare che alcuni anni or sono fu raggiunto il numero più elevato (per carità sempre insufficiente!) di occupati nella storia del Paese. Un’altra cosa a cui Tridico non accenna – immaginiamo per la sinteticità implicita in un’intervista – è la questione demografica che incombe minacciosa sul sistema pensionistico, in quanto tra alcuni decenni, prima ancora di essere occupabili e occupati i giovani dovranno essere nati. Da economista Tridico è avvertito che la glaciazione demografica dipende da elementi culturali, strutturali e sociali, prima ancora che economici. E non sarà l’assegno unico a rovesciare una tendenza al declino che è sul punto da divenire irreversibile. 

Intanto il comitato tecnico-scientifico incaricato di approfondire la questione della separazione tra assistenza e previdenza – l’uovo di Colombo dei sindacati per risolvere i problemi del sistema pensionistico – ha inferto una delusione cocente ai teorici “separatisti”, redigendo un documento articolato ed esaustivo che ha ristabilito una verità da anni inquinata dal più infondato dei luoghi comuni che inquinano i pozzi del dibattito sulle pensioni. La nota chiarisce alcuni punti essenziali. Il primo comma dell’articolo 38 Cost. definisce il concetto di assistenza: “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto di mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale”. Per questi motivi le prestazioni che realizzano tali forme di tutele sono finanziate dalla fiscalità generale. Col passare del tempo, impropriamente, il concetto si è rovesciato, nel senso che vengono ricondotte all’ assistenza le prestazioni finanziate in tutto o in parte attraverso trasferimenti dal bilancio dello Stato. Nella nota l’arbitrarietà di questa impostazione viene spiegata nella parte curata da Michele Raitano, l’economista che nel comitato ristretto è stato designato dalla Cgil.

Per quanto riguarda il metodo di finanziamento, appare chiaro che esso non sia in nessun modo una dimensione dirimente dal momento che nulla osta – come si verifica di fatto in molti Paesi e anche in Italia per alcune voci di spesa – che misure con finalità chiaramente assicurative e rivolte ai soli lavoratori siano finanziate dalla fiscalità generale. In questa ottica, come già chiarito in altre parti di questo Rapporto, non appare legittimo individuare come assistenziali le componenti di spesa se e solo se rientrano nella quota GIAS (e inserirle tutte nell’assistenza). Laddove si seguisse il criterio del finanziamento come discriminante si avrebbero effetti paradossali. Ad esempio, ne discenderebbe che i Paesi (come la Danimarca) che finanziano oltre l’80% della loro spesa per protezione sociale con imposte non stiano assicurando i cittadini. O, ancora, che la Cassa integrazione andrebbe considerata come uno strumento assistenziale anziché previdenziale quando si rivolge in deroga a categorie non coperte (o coperte in modo insufficiente) dagli oneri contributivi. Similmente – aggiunge Raitano – si dovrebbe ritenere come assistenziale la quota di pensione futura erogata a chi ha beneficiato degli sgravi contributivi del Jobs Act, o che una ridefinizione della formula contributiva (con una quota garantita) divenga previdenziale se finanziata con contributi all’interno del sistema pensionistico o assistenziale se al suo finanziamento contribuisca la fiscalità generale”. 

Va aggiunto, inoltre, che le classificazioni statistiche non sono una prerogativa dei sistemi nazionali, ma sono definiti nell’ambito di una comunità (siano esse la Ue o l’Ocse o altre istituzioni) secondo criteri comuni. Il Sistema europeo delle statistiche integrate della protezione sociale (ESSPROS) è l’unico strumento che consente la comparabilità delle statistiche sulla protezione sociale tra i Paesi europei. La definizione ESSPROS di protezione sociale include la spesa pubblica per previdenza e assistenza, ma ha un’estensione più ampia e non consente di evidenziare separatamente sottoinsiemi diversi da quelli previsti dalla classificazione stessa. 

Riforma pensioni, definizione di protezione sociale

Tutti gli interventi, di organismi pubblici e privati, intesi a sollevare le famiglie e gli individui dall’onere di un insieme definito di rischi o bisogni, purché ciò avvenga in assenza sia di una contropartita equivalente e simultanea da parte del beneficiario, sia di un accordo stipulato per iniziativa del beneficiario. Per convenzione, i rischi o bisogni considerati dell’ambito della protezione sociale sono i seguenti: malattia/sanità, invalidità, vecchiaia, superstiti, famiglia/figli, disoccupazione, abitazione, esclusione sociale non altrove classificata. 

L’ESSPROS è l’unico sistema che permette la confrontabilità a livello europeo dei sistemi di protezione sociale, e non solo con riferimento alle spese sostenute e ai relativi finanziamenti (Core System), ma anche alle prestazioni sociali in denaro al netto del prelievo fiscale e contributivo a carico dei beneficiari (Net social benefits module) e ai beneficiari delle pensioni (Pension beneficiaries module). 

Riforma pensioni, alcune comparazioni a livello europeo 

Nel 2018, ultimo anno al momento disponibile (luglio 2021), le prestazioni sociali dei Paesi dell’Ue-27 sono state erogate, nell’ordine, per coprire i seguenti bisogni: Vecchiaia (40,3% del totale della spesa; Italia: 49,0%), Malattia/Salute (29,3%; Italia: 23,0%), Famiglia/Figli (8,3%; Italia: 4,1%), Invalidità (7,6%; Italia: 5,7%), Superstiti (6,2%; Italia: 9,5%), Disoccupazione (4,7%; Italia: 5,5%), Esclusione sociale (2,3%; Italia: 3,1%) e Abitazione (1,4%; Italia: 0,1%). Rispetto alla media Ue, quindi, l’Italia destina una maggior quota di risorse a Vecchiaia e Superstiti e una minor quota a Malattia/Salute, Famiglia/Figli e Invalidità.

Da segnalare un altro siluro con il quale la Nota affonda un ulteriore luogo comune: quello di ridurre la spesa pensionistica stralciando – sono circa 50 miliardi – l’ammontare del gettito Irpef sulle pensioni. “Dal punto di vista del bilancio pubblico, non appare invece giustificato considerare il prelievo sui beneficiari della protezione sociale come una ‘partita di giro’, secondo una analogia ricorrente nel dibattito italiano, che consentirebbe a legislatore e stakeholders di considerare la consistenza di una determinata voce di bilancio esclusivamente al netto del prelievo, col risultato che dal differenziale ‘lordo/netto’ sembrerebbero scaturire risorse disponibili per scopi aggiuntivi. L’immagine di una partita di giro è adeguata solo per rappresentare il prelievo alla fonte da parte da parte di un ente di previdenza in qualità di sostituto d’imposta: in questo caso, si tratta di risorse che l’ente preleva e trasferisce ipso facto all’agenzia delle entrate (quindi corrisponde a una ‘transazione posta in essere per conto di altri soggetti in assenza di qualsiasi discrezionalità e autonomia decisionale da parte dell’ente’, secondo una definizione corrente di partita di giro). Tuttavia, – prosegue la Nota – se guardare alla spesa al netto può migliorare la posizione relativa di un Paese in comparazione internazionale, non può essere inteso come un modo per ‘reperire risorse’ per il bilancio pubblico, come l’idea di ‘partita di giro’ sembra suggerire. Non essendo le imposte dirette sulle prestazioni di welfare una forma di imposta di scopo (ovvero imposte la cui destinazione è già predefinita, ad esempio, all’interno dello stesso comparto in cui sono prelevate), tali entrate sono già destinate al finanziamento di altre componenti del bilancio pubblico, cioè al finanziamento di qualsiasi voce della spesa pubblica, o del servizio del debito pubblico, o, ancora, della quota di spesa pensionistica non coperta dai contributi sociali”.

Insomma, con questa Nota vengono smentite “solide certezze” a lungo sostenute dalle organizzazioni sindacali e dai loro prosseneti e individuate come vie d’uscita dalle critiche che piovono sull’Italia da tutto il mondo per l’eccesso della sua spesa pensionistica. Purtroppo anche in questo caso della Nota si parlerà poco e male. Perché è molto più gratificante semplificare i problemi complessi, con soluzioni che chiamano in causa congiure o incomprensioni a livello internazionale allo scopo di mortificare i diritti dei lavoratori. 

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