SANREMO 2020/ Il “contratto” dimenticato dalle polemiche sul Festival

- Maestro Yoda

Non si placano le polemiche intorno al Festival di Sanremo, ma ci si dimentica forse della vera questione che andrebbe affrontata

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cinIl vostro vecchio Yoda si ricorda benissimo cosa si è sempre detto della Rai: “È la metafora del Paese”. La conferma, se ce n’era bisogno, è data da quanto sta succedendo intorno a Sanremo, alle improvvide dichiarazioni di Amadeus, e alla scoperta dei testi estremamente violenti verso le donne scritti e cantati in una canzone di tre anni fa dal rapper Junior Cally, che l’altro giorno addirittura il Consiglio regionale della Liguria ha indicato come non gradito a Sanremo.

Le prime polemiche riguardavano la giornalista/suffragetta Rula Jebreal, invitata proprio a parlare contro la violenza alle donne. Sicuramente, Yoda ne è convinto, per la sua irruente avvenenza capace di provocare polemiche al solo annuncio della sua presenza, come si è visto. Poi c’è stata la gaffe di Amadeus che ha elogiato la donna “capace di stare un passo indietro”, e da quel momento in poi si è alzato un continuo polverone a base dichiarazioni, contro-dichiarazioni, urla via twitter di politici, cantanti, nani e ballerine, attrici che hanno dato forfait come Monica Bellucci, persino pensierosi editoriali di illustri sociologi.

Si sa che “Sanremo è Sanremo”, ma in occasione del sua settantesima edizione, il livello di confusione è giunta allo stesso livello di guardia a cui è giunta la situazione politica nel suo complesso, dove si dice e si fa tutto e il contrario di tutto, come è avvenuto nella Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato sul caso Salvini/Gregoretti.

A pochi giorni dalle elezioni regionali, gli strilli su Sanremo dei membri della Commissione di vigilanza Rai si fanno sempre più alti e minacciosi, senza che nessuno se li fili, come avviene di solito. Il Presidente della Rai ne approfitta per proseguire nella sua guerra personale con l’Ad Salini, che si trova oggettivamente in difficoltà per aver scelto un personaggio come Amadeus, certamente adatto a presentare il Festival, ma molto meno a fare il Direttore artistico. La sensazione è che oramai nessuno ai vertici si interessi realmente di cosa vada in onda sulle varie reti, e che raramente si chiedano quale sia la cifra che dovrebbe esprimere un Servizio pubblico di Stato al giorno d’oggi. Alla fine, l’impressione è che vada in onda ciò che piace a chi sta ogni giorno sul pezzo cercando di blandire pure un po’ i propri danti causa di carattere politico. Così, come spesso è stato detto, il prodotto editoriale della Rai alla fine è il frutto di partite che si giocano su altri tavoli. Dato che a quei tavoli non ci sono più i giocatori di poker di una volta, ma dei dilettanti del tutto improvvisati, le grane, i guai, le figuracce, i pasticci e tutto il resto sono all’ordine del giorno.

Amadeus interpreta molto bene il livello di mediocrità in voga da quando i grillini sono andato al potere, e non riesce nemmeno a mascherare la profonda convinzione che per andare in onda in un programma di intrattenimento le donne debbono essere belle e attraenti. Soltanto degli ipocriti possono negare il contrario, e lo sanno bene anche quelle che hanno dato forfait, anche perché potrebbe essere una questione di cachet. Però c’è modo e modo di trattare la questione: per sostenere i livelli di ipocrisia su cui si basa il cosiddetto Servizio pubblico ci vuole un’intelligenza superiore…

Da anni in tutti i programmi di intrattenimento ci sono soubrette più o meno procaci, proprio come nei programmi di Mediaset, figuriamoci se possono mancare a Sanremo. Probabilmente bastava non presentarle come belle vallette evitando di avventurarsi in giudizi complicati espressi assai male, ma occorre anche ricordare che la questione ha radici profonde. Lo ha spiegato bene Luigi Rancilio su Avvenire: “Non basta che la Rai annunci di promuovere la figura femminile: deve farlo sempre, avendo anche il coraggio di dire di no a furbizie e scorciatoie. Deve ricordarsi che non è né Mediaset né Sky né Netflix, dove il profitto è tutto. Ma una primaria agenzia culturale (e, dunque, formativa) italiana che ha siglato con lo Stato, cioè con ognuno di noi, un preciso Contratto di Servizio…”. Questo è il punto. Il resto sono le solite chiacchiere.



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