SCUOLA/ Anche nella palude del centralismo accadono “miracoli”

- Maria Grazia Fornaroli

Fra i bisogni degli adolescenti e ciò che la scuola superiore può offrire c’è uno iato spaventoso. Quattro esempi dimostrano che colmarlo si può

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(LaPresse)

C’è uno spaventoso iato fra i bisogni degli adolescenti e ciò che la scuola superiore può offrire, e sta ai maestri colmarlo. Sì, ai maestri: anche i docenti di scuola superiore, se vogliono realizzare il proprio mestiere, devono essere maestri, altrimenti lo iato si amplifica, il docente si atrofizza, come pure la curiosità e il talento dello studente.

I dati Invalsi sono sconfortanti, abbiamo “maturato” frutti non maturi, certificando competenze che in realtà paiono non esserci, che alla prova dei fatti, esami universitari o colloqui di lavoro, potrebbero sciogliersi come neve al sole.

Spopolano tra i docenti (almeno quelli della scuola statale) simpatici video che con vivace ironia rappresentano la figura dei docenti, dei dirigenti scolastici, di tutta la struttura, come un sistema frenetico, contradditorio, che ha in mente solo la propria autoconservazione; un vero delirio, che potrebbe essere gradevole se non descrivesse la macchina a cui affidiamo ciò che abbiamo di più caro.

Lo scorso anno, a quest’epoca, eravamo tutti in attesa del fantastico algoritmo che avrebbe permesso di garantire una partenza più stabile del solito; il ministro prometteva aumenti a tre cifre ai docenti e finanziamenti anche cospicui stavano arrivando alle scuole, almeno a quelle statali.

Per quanto riguarda il tema dell’arruolamento sappiamo come è andata, l’algoritmo ha funzionato e funzionerà solo parzialmente; i concorsi, pur indetti e parzialmente portati a termine, non hanno dato i risultati sperati né in termini quantitativi né qualitativi; della firma del contratto ovviamente non si parla più; i soldi sono arrivati, in alcuni istituti anche molti, ma sappiamo che il bene della scuola non è solo questione economica, ci aspetta un autunno difficile in cui sarà tanto più importante conservare squarci di buon senso e di passione culturale ed educativa.

La cosiddetta buona scuola è stata smontata pezzo per pezzo, l’ultimo atto di qualche giorno fa. Il bonus docenti, attribuito dal dirigente scolastico, e già da tempo (con il sostegno del sindacato) confluito nella maggior parte dei casi nel fondo di istituto, scomparirà del tutto e al suo posto nel cosiddetto “decreto aiuti” pare comparirà la possibilità per il cosiddetto “docente esperto” (quello che ha frequentato con successo almeno 3 corsi formativi) di ricevere fino a 5.650 euro annui.

Sulle pagine di questo giornale si è da tempo sottolineato che, se è pur vero che l’aggiornamento continuo (come per ogni professionista) è doveroso per ciascun docente, non è certo il numero di corsi di formazione (per di più certificati solo da alcuni enti) che fa il buon insegnante.

Il timore di abusi e di arbitri da parte del dirigente ha ancora una volta fatto preferire un metodo apparentemente più oggettivo che temo tuttavia genererà, questo sì, ulteriori conflitti e tensioni, di cui la scuola non ha davvero bisogno.

Purtroppo non riusciamo ad uscire dalla palude di una visione centralistica e fortemente burocratica che invece di generare “ordine e disciplina” ha paradossalmente contribuito ad acuire astio e sfiducia.

Aumentano i contenziosi in tema di valutazione, di applicazione delle misure dispensative e compensative, aumentano le richieste di trasferimento da un istituto ad un altro; una giostra infernale inquietante! Tanto più inquietante per i nostri adolescenti che, per età e natura, già vivono un periodo denso di contraddizioni.

Un esempio per tutti, l’applicazione delle misure compensative e dispensative da applicarsi in presenza dei Disturbi specifici di apprendimento (Dsa); lo scorso anno la maggior parte dei docenti ha dovuto svolgere un percorso di formazione molto impegnativo, siamo pertanto mediamente difronte a professionisti attrezzati e consapevoli della complessità del problema e dei doveri di Legge,  eppure da parte di molti genitori c’è un atteggiamento di continua pretesa e soprattutto di sfiducia nelle misure messe in atto. Una guerra continua, logorante, spesso umiliante e in alcuni casi contradditoria rispetto alla professionalità docente.

Il tema è caldissimo, vista la crescita esponenziale delle certificazioni di Dsa, ma senza un serio percorso di orientamento e la famosa, e spesso tradita, alleanza scuola-famiglia il disturbo invece di diminuire è destinato a incrementarsi.

Il tema “valutazione” è anch’esso al centro del dibattito (e dello scontro). Sono decenni che parliamo di valutazione formativa, di compiti di realtà, di prove significative, ma poco si muove e parallelamente i genitori (non tanto gli studenti) sono sempre meno inclini ad accettare valutazioni non corrispondenti all’immagine che essi hanno (ragionevolmente o meno) del proprio figlio; c’è una pressione costante sul risultato e anche su questo tema conflitti inenarrabili. Anche in contesti fino a qualche tempo fa relativamente sereni il conflitto, il sospetto, appaiono prevalere sulla fiducia e la reciproca stima.

Molti genitori arrivano a consultare costantemente il registro elettronico, talora vedono prima dello studente la valutazione e che fanno? mandano immediatamente il “messaggino” al pargolo. In questo modo il docente è sempre più esautorato da ogni ruolo valutativo e formativo. Società della comunicazione o della mistificazione?

Anche su questo c’è sicuramente da sviluppare una cultura valutativa che nella scuola superiore ancora stenta ad esprimersi, ma c’è sicuramente da ripristinare la dignità dei ruoli e il clima di fiducia, senza il quale il sistema non è claudicante, si blocca proprio.

Abbiamo sicuramente moltissime esperienze positive a cui guardare, molte per la verità dalla scuola paritaria in cui vigono sostanzialmente due grandi criteri: la scelta dei docenti e una minore burocratizzazione dell’insegnamento. Il docente è in questi contesti sicuramente più libero di dedicarsi a ciò che costituisce il cuore della professione: cultura e formazione.

L’autonomia promossa con il famoso decreto 275/99, pensata per altre epoche, ha sicuramente contribuito ad assimilare il ruolo del docente a quello di un impiegato, quello del preside a quello di un direttore generale di una Pmi, senza che tuttavia si possa godere di competenze giuridiche, gestionali e amministrative adeguate. E nemmeno dei vantaggi economici, non dimentichiamolo!

Sarà, come si è detto all’inizio, un autunno caldo, il clima pre e post elettorale non depone a favore di un inizio scuola sereno. E tuttavia, senza retorica, il nostro continua ad essere un compito meraviglioso, sfidante e tra i più degni per un Paese.

In questo contesto occorre guardare alle scuole che generano vera inclusione (che brutto termine si è scelto per indicare l’accoglienza dei più fragili, per non essere deamicisiani abbiamo scelto un termine che suscita quasi foriero di claustrofobia), passione culturale ed esistenziale; ce ne sono, sia tra le statali che fra le non statali. Occorre procedere per imitazione!

Chiudiamo con quattro esempi positivi che possano costituire strumenti per colmare lo iato di cui si diceva all’inizio, piccoli segni di bene di cui ancora la scuola è capace.

Tutti abbiamo bisogno di buone scuole, per noi, per i nostri figli, per il nostro paese e la scuola può continuare ad essere un grande luogo di speranza.

“Vi sono grata perché avete rischiato su di me, anche se sapevo di essere un caso difficile”, la frase che alla conclusione di un anno difficilissimo è stata pronunciata da una ragazza con una situazione emotiva, affettiva, difficilissima, che, inserita in una classe quinta, si è diplomata. Certo che è stato rischioso accoglierla, ma di “rischio educativo” per chiunque viva la professione di educatore si tratta quotidianamente. Ne vale la pena!

Il secondo esempio, quello di un ragazzo arrivato alla scuola superiore semplicemente con una certificazione di Dsa, con alle spalle una famiglia “non attrezzata”. In questo caso l’impegno dei docenti di accompagnare lui e i suoi familiari a un percorso diagnostico impegnativo, che ha consentito di scoprire disturbi più gravi, la sua determinazione, il lavoro quotidiano determinato a non fare facili sconti, hanno portato alla decisione di rinunciare a fargli affrontare un esame, se pur differenziato; una decisione certamente controcorrente. Il ragazzo non ha conseguito il diploma, ma è stato per cinque anni con i compagni e i docenti da cui si è sentito accolto e stimato; ora la scuola metterà in campo tutte le relazioni che i percorsi Pcto hanno consentito di costruire per trovargli un ambito lavorativo in cui possa esprimersi con la stessa fiducia e serenità che gli abbiamo visto maturare negli ultimi anni. Non ha in mano il diploma, ma il traguardo lo ha conseguito. Il suo “pseudo-esame”, a cui in molti abbiamo assistito, è stato un momento di vera gloria!

Il terzo esempio è tratto dagli esami di Stato, un po’ deboli quest’anno, con quell’orale svolto dai ragazzi davanti agli stessi insegnanti che li avevano valutati qualche settimana prima, con programmi necessariamente monchi; dove abbiamo visto i ragazzi esprimersi meglio?

Nella disciplina dell’educazione civica che, come su queste colonne è stato più volte ribadito, può proporsi come disciplina cruciale per integrare conoscenze e competenze; la dimensione giuridica, quella della sostenibilità e della cittadinanza digitale hanno trovato piena espressione nell’esperienza delle studentesse e degli studenti che sono riusciti a dare forma concreta al loro essere cittadini maturi, nel senso più alto del termine.

La scuola infine non è solo una comunità educante. È anche una comunità terapeutica e quando la sofferenza si chiama Ucraina, possono accadere piccoli miracoli.

Di ragazzi ucraini accolti ne abbiamo sentito molto parlare e ne sentiremo, su questo tema anche la normativa ha dato il meglio di sé per favorirne l’inserimento.

In una scuola della Brianza è stata accolto anche un adulto, anzi un’adulta, una signora ingegnere, provata dalla fuga, dal forzato esilio, che ha “mendicato” la possibilità di poter assistere alle lezioni di laboratorio, a cui, nel proprio paese, aveva dedicato tutta la vita da insegnante.

È stato possibile! Ha testimoniato la propria sofferenza e quella del proprio Paese, ha incontrato i ragazzi, ma soprattutto ha potuto confrontarsi con i colleghi sui metodi e sulle finalità dell’insegnamento.

La sua vita ha ripreso vigore perché la scuola è vita e dà vita.

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