Stupro Milano, egiziano incastrato da selfie/ Riconoscimento facciale e confronto Dna

- Emanuela Longo

Stupro a Milano, l’egiziano 31enne incastrato da un selfie fatto con il suo cellulare: identificato tramite software di riconoscimento facciale e confronto del Dna

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Emergono ulteriori dettagli sull’autore dello stupro avvenuto nei giorni scorsi a Cascina Gobba, Milano, a scapito di una giovane 25enne aggredita e stuprata mentre sta per raggiungere il posto di lavoro. Si chiama Haitham Mahmoud Abdelshafi Ahmed Masoud ed è l’egiziano 31enne che tra il 10 e l’11 maggio scorso è sbarcato a Lampedusa insieme ad altri centinaia di migranti. Dopo essere stato trasferito nell’hotspot di Lampedusa viene fotosegnalato e identificato con il nome di “Abdelshafi Haysem Mahmoud”. Qui, come racconta Corriere della Sera, svela di voler chiedere asilo. Il Viminale gli assegna un codice identificativo alfanumerico e dopo il periodo di quarantena anti Covid le sue tracce si perdono.

In suo possesso, un numero di cellulare che risulta essere stato attivato a Palma di Montechiaro (Agrigento) da un connazionale 23enne. Molto probabilmente l’egiziano ha raggiunto Milano in treno ma durante il suo percorso non è mai stato controllato dalle forze dell’ordine. Sarà identificato solo due mesi dopo il suo arrivo in Italia, proprio grazie al numero identificativo, quando si presenta all’ufficio immigrazione della questura di Milano per la richiesta di asilo. E’ il 7 luglio scorso quando viene fotosegnalato dalla polizia scientifica e proprio grazie al software di riconoscimento facciale Sari è stato identificato dopo aver commesso lo stupro.

Stupro Milano: come è stato identificato e arrestato l’egiziano 31enne

Per arrivare all’identità dell’egiziano, i poliziotti della Mobile di Milano sono partiti dall’immagine del profilo Whatsapp associato al numero di telefono che potrebbe appartenere proprio all’autore della violenza dello scorso 9 agosto a Cascina Gobba a scapito della 25enne. Si tratta di un selfie scattato con il cellulare di fronte alla facciata del Duomo.

Lo scorso 24 agosto il 31enne si ripresenta all’ufficio immigrazione per completare la richiesta di asilo e qui gli agenti che già sospettano di lui, prelevano di nascosto una lattina ed un mozzicone per il confronto del Dna con le tracce rinvenute sul luogo della violenza. Nel giro di poche ore arriva la conferma che porta alla firma dell’ordinanza di cattura da parte dei due magistrati milanesi. I poliziotto lo rintracciano il giorno seguente in un appartamento alla periferia di Milano dove dorme con altri 10 connazionali. In casa anche lo zaino che portava con sè il giorno della violenza. Le accuse a suo carico sono contenute in 52 pagine che comprendono anche il racconto choc della giovane vittima: “Mi sono sentita spingere nel fossato all’improvviso. Mi schiacciava il volto sul pavimento del canale, mi sentivo soffocare. Ho gridato, l’ho pregato di smettere per le mie due bambine. Quando dopo la violenza è fuggito avevo il terrore che tornasse”.



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