TFF 2020/ Lucky e Regret, gli horror che meritavano durate diverse

- Emanuele Rauco

Al Torino film festival 2020 c’è spazio per i documentari sul paesaggio e anche per alcune proposte horror interessanti

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Una scena del film Lucky

Uno dei temi centrali di questa strana edizione online del Torino Film Festival è il paesaggio, il modo in cui il cinema lo intende, a cui la sezione dei documentari ha dedicato un intero programma. Fra i film più interessanti in questa rassegna si trova A Machine to Live In, film saggio di Yoni Goldstein e Meredith Zielke tutto dedicato al curioso caso della città di Brasilia.

La capitale brasiliana infatti non esisteva prima del 1956, quando su un progetto di architettura antropica e utopica venne creata una città in cui il disegno e la forma delle architetture potesse ospitare naturalmente uomini e natura: il film racconta questa storia e soprattutto la sua evoluzione e le conseguenze, il suo mistero spirituale e la sua evidenza visiva mescolando i materiali, alternando le voci dei cittadini, la ripresa delle loro attività, riflettendo su come quell’utopia si è trasformata in quello che potrebbe essere il Brasile di oggi con uno stile che si adagia alla città, geometrico e umano al tempo stesso.

Geometrico è spesso l’horror contemporaneo e le sue filiazioni e questo si ritrova anche in due proposte del genere: Lucky, diretto da Natasha Kermani e scritto dalla protagonista Brea Grant, rilegge la struttura e i meccanismi alla base dello slasher movie (i thriller/horror in cui un assassino armato di coltello ammazza più gente possibile), li destruttura attraverso uno sguardo femminile. Un esercizio di stile interessante e simpatico, perfetto per un corto e che invece, allungandosi e dovendo esporre la propria metafora socio-culturale si annacqua e mostra la corda anche di una messinscena acerba.

Decisamente più efficace e riuscito Regret, un cortometraggio che meriterebbe un approfondimento nel lungo: il regista Santiago Menghini racconta la storia di un uomo che non vuole andare al funerale del padre. Da quel momento, il demone interiore del suo rimpianto e di quello del padre prendono forma e non gli danno tregua. Al di là dell’idea forte, che proprio da uno scavo sulla durata può trarre il meglio, Menghini utilizza lo spazio e la dinamica del campo/controcampo per generare inquietudine e la sue immagini sanno creare un senso di disagio e lieve angoscia. Come ogni buon horror dovrebbe fare.

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