UNBELIEVABLE/ La miniserie che porta un’opera di denuncia agli Emmy

- Antonio Napoli

Unbelievable, in lizza per gli Emmy, non è una serie tv da vedere per passare il tempo, è un’opera di denuncia, atroce e severa

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Unbelievable, la miniserie su Netflix

Il dramma di ragazze con una vita difficile che subiscono soprusi e che quando denunciano non sono credute, l’indagine di due donne poliziotte che, al di là delle apparenze, credono alle ragazze e non ai loro colleghi maschi, e smascherano lo stupratore seriale. Unbelievable è una miniserie (Netflix, 8 episodi) tratta da una storia vera. Siamo nel 2008 e Marie Adler, una ragazza problematica che vive a Lynnwood nel Washington in una casa assistita, denuncia di essere stata stuprata in piena notte ma non viene creduta ed è spinta dagli agenti locali a ritrattare la sua deposizione. Non contenti gli investigatori la mandano a processo per falsa testimonianza, dandola in pasto alla stampa e agli odiatori di professione. Nel frattempo emergono altri casi simili in altri Stati. Due poliziotte di due diversi distretti entrano così in contatto e incominciano a collaborare, dando la caccia allo stupratore su tutto il territorio federale. 

La durezza della vita delle donne dopo che hanno subito violenza si assomiglia in modo impressionante. I ricordi affiorano a fatica e le due investigatrici sono costrette a interrogare ripetutamente le vittime, riportando alla luce paure e sensazioni terribili.

La miniserie ha raccolto consensi unanimi e ha ricevuto la nomination agli Emmy come miglior film nella sua categoria, così come sono giunti alla finale del prossimo 20 settembre Toni Collette (The Sixty Sense, About a Boy, The Hours) per la sua interpretazione della detective Grace Rasmussen e gli sceneggiatori Susannah Grant, Ayelet Waldman e Michael Chabon.  

Mentre la complessa e riservata indagine va avanti, Maria Adler riceve la convocazione in tribunale e rischia l’arresto per falsa testimonianza. È un comportamento insolito per la polizia e la ragazza attira su di sé l’attenzione dell’opinione pubblica. Verrà sottoposta a una nuova crudele violenza, questa volta psicologica. Marie, interpretata dalla giovane attrice Kaitlyn Dever (L’uomo di casa, J. Edgar, Justified), è nella vicenda solo il caso limite, perché nel corso delle indagini emergono moltissimi altri casi di donne vittime di stupro che non sono state credute da poliziotti maschi. “Se la verità non gli piace, non ti crederanno”, dirà poi Marie a chi le chiedeva cosa avesse imparato da questa vicenda.

Il racconto al femminile – cioè dal punto di vista delle vittime e delle due agenti – rende la storia particolarmente realistica. I rari casi di collaborazione con colleghi maschi – ad esempio – non bastano a smentire l’ostilità di fondo – a volte frutto di comportamenti inconsapevoli – che gli uomini esprimono sul tema “violenza sulle donne”. Tendono a non credere ai racconti di donne con storie particolari, prevale la diffidenza e non riescono a rispettarle. La collega di Grace, la detective Karen Duvall, è la più diffidente. Interpretata da Merritt Vever (The Walking Dead, Michael Clayton. Into The Wild), è l’anima più intransigente della coppia di investigatrici. Del resto devono fare i conti anche con le coperture “ai piani alti” per i colleghi responsabili, rendendo il loro lavoro sempre più arduo.

Non è una serie tv da vedere per passare il tempo, è un’opera di denuncia, atroce e severa. Una dura condanna per la società perbene, che spesso preferisce rimuovere quello che non sa spiegarsi. Una denuncia della perenne sottovalutazione dei maschi, che minimizzano e cercano alibi. “Non c’è indignazione sufficiente!”, urla a un certo punto Grace. E non possiamo che darle ragione.

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