UNORTHODOX/ Realismo e limiti delle tradizioni nella serie Netflix

- Antonio Napoli

La serie Netflix ispirata all’autobiografia di Deborah Feldman è di grande realismo e racconta le contraddizioni di una comunità religiosa chiusa al mondo

Unorthodox web1280 640x300
Unorhodox, la serie su Netflix

Chiunque abbia corso la maratona di New York – gli italiani ai nastri di partenza sono molti di più di quelli che potete immaginare, circa 4.000 ogni anno da oltre 30 anni – sa perfettamente che, a un certo punto del percorso, le due ali festanti e chiassose di folla spariscono. Succede a Brooklyn, lungo la Bedford Avenue, appena superata la Heyward Street, la strada che porta dritta al Queensboro Bridge. Come sappiamo, la corsa si svolge il primo sabato di novembre, e in quel tratto vive la comunità chassidica ortodossa newyorkese che non viola per nessun motivo le regole dello Shabbat.

È proprio il quartiere ebraico di Williamsburg – la parte di Brooklyn che si affaccia su Manhattan – lo straordinario scenario di Unorthodox, la bellissima miniserie che ha scalato tutte le classifiche di Netflix, dedicata alla storia di una giovane donna ebrea che rifiuta le regole e gli obblighi matrimoniali imposti dalla comunità ultraortodossa  e scappa a Berlino.

Unorthodox è in assoluto la prima produzione integralmente girata in yiddish, la lingua arcaica delle comunità ebraiche dell’est europeo, simile al tedesco. La storia è ispirata all’autobiografia di Deborah Feldman, giovane donna della stessa comunità ultraortodossa che fugge a Londra per sottrarsi alle stesse rigide regole imposte dalla comunità, e che ha collaborato attivamente alla sceneggiatura della serie tv con le due autrici tedesche, Anna Winger e Alexa Karolinski.

Le donne della comunità Satmar, ebrei fuggiti dall’Ungheria dopo essere sopravvissuti all’olocausto e alla Seconda guerra mondiale, vivono come sospese nel tempo:  non possono studiare, non possono esibirsi in pubblico (recitare, cantare, semplicemente parlare), sono solo “macchine per fare figli” e per cucinare e preparare i lunghi riti religiosi che dettano i tempi della loro vita.

Esther – in yiddish “Esty” – ama invece enormemente la musica, ma non può ascoltarla o studiarla, se non di nascosto con la nonna che glielo permette. Anche per questo motivo lei si dichiara “diversa”. Quando le comunicano che il rampollo di una potente famiglia di gioiellieri l’ha chiesta in sposa, Esty cerca di ottenere dal ragazzo comprensione. Ma senza successo. Le interferenze della suocera, che era apertamente contraria al matrimonio, rendono alla ragazza la vita impossibile. Grazie all’aiuto di una maestra di piano, che di nascosto le ha dato qualche lezione, riesce a procurarsi un biglietto aereo e a scappare in Europa per raggiungere, sulle tracce della sua famiglia, Berlino.

È nella città europea che, incontrato un gruppo di studenti del conservatorio, scopre la sua attitudine reale per la musica e il canto. Tra mille difficoltà e inseguita dal marito, spedito dal rabbino sulle sue tracce, Esty trova in Germania la strada della libertà e la felicità.

Se la parte del racconto sulla vita della comunità è di grande effetto e realismo (possiamo parlare di un vero e proprio “film storico”) e rende perfettamente e con crudezza la condizione di vita delle giovani donne chassidiche, il racconto dell’incontro in una Berlino aperta e cosmopolita con un gruppo assai assortito di gioventù (che oggi amiamo chiamare “generazione Erasmus”) sfocia a volte in una ricostruzione fantasiosa e spesso didascalica di una Europa pronta ad accogliere tutti e a offrire a chiunque passi da queste parti una buona borsa di studio.

Detto questo, la storia rende perfettamente chiara la contraddizione in cui vive una comunità che in virtù della propria religione e delle violenze subite accetta, senza discutere, una vita di isolamento e di rifiuto del mondo esterno, fissando nelle proprie tradizioni il limite invalicabile per ogni forma di libertà personale. 

Straordinaria l’interpretazione nei panni di Esther dell’attrice israeliana Shira Haas (protagonista delle serie tv Hazoref e Shtisel), che ricorda, se possibile in miniatura, una giovanissima Scarlett Johansson. Anche gli altri attori che interpretano i membri della comunità Satmar sono tutti di lingua madre e la cosa contribuisce a rendere assolutamente credibile la ricostruzione della vicenda. La regia è di Maria Schrader, autore e regista tedesca di successo, oltre che attrice pluripremiata (Aimée & Jaguar e Deutschland 83).

© RIPRODUZIONE RISERVATA