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FINANZA/ Dall’Islanda alla Grecia, l’Ue rischia di esplodere

L'Europa che si continua ad allargare, spesso artificialmente, quest'anno rischia l'implosione. O un ridimensionamento di dimensioni sostanziali

Euro_DinamiteR375.jpg (Foto)

L'Ue non aiuterà la Grecia a risanare i conti. A chiarirlo è Jurgen Stark, componente del board della Banca Centrale Europea in un'intervista a Il Sole 24 Ore nella quale afferma che «i mercati si illudono se pensano che alla fine i Paesi membri dell'Ue metteranno mano al portafoglio di Atene». Le difficoltà della Grecia, aggiunge, non dipendono dalla crisi ma «sono state create in casa».

Stark mette anche in guardia sul rally delle borse: gli aiuti all'economia rischiano di gonfiarne la crescita. Per questo, grazie anche alla tenuta dell'inflazione, «l'indicazione è che i tassi rimarranno fermi». Insomma, la Befana ci ha finalmente portato una voce chiara da Francoforte: la si attendeva da mesi, a dire il vero, ma meglio tardi che mai.

Non sarà certo contento il governo greco ma nessuno, ad Atene, in cuor suo sperava veramente in un bail-out in grande stile: o si faranno riforme draconiano, con il fortissimo rischio di instabilità sociale oppure si andrà verso il default, seppur controllato. Ma gli scricchiolii sulla tenuta della cosiddetta eurozona sono tutt'altro che conclusi.

L'Islanda è infatti nella bufera dopo la decisione del presidente della Repubblica, Olafur Ragnar Grimsson, di porre il veto alla legge con cui l'isola ratificava gli accordi con Gran Bretagna e Olanda per rimborsare i correntisti europei della Icesave, fallita nel 2008. Ed è di ieri la notizia che la Standard and Poor's ha messo sotto credit watch negativo il debito del paese, decisione che segue quella di Fitch che ha già declassato il debito di Reykjavik a BB+, con un outlook negativo.

Rientro dalle vacanze anticipato, quindi, per i deputati islandesi che si riuniranno domani (invece che il 26 gennaio, come inizialmente previsto): il Parlamento dovrà infatti votare e decidere se indire il referendum per il prossimo 20 febbraio sulla legge che autorizza l'uso di fondi pubblici per rimborsare per 3,4 miliardi di euro gli istituti di credito britannici e islandesi rimasti invischiati nel crac dell'ex stella del banking online nordico, la già citata Icesave: decisione non semplice poiché circa 60 mila persone, un quarto dell'elettorato, ha presentato per protesta una petizione contro la legge, invocando peraltro il referendum.

Immediate, ovviamente, le proteste di Gran Bretagna e Olanda che puntavano a recuperare quanto perso dai loro connazionali quando, in seguito alla bancarotta, i conti correnti sul web sono stati bloccati e per 400mila investitori, britannici e olandesi appunto, non c'è stato nulla da fare. I cittadini islandesi si sono subito salvati grazie alla garanzia totale dei depositi. Qualora si decidesse di rimborsare anche gli investitori stranieri, ogni islandese si troverebbe a dover saldare un debito di 13 mila euro.

Nel frattempo, ovviamente, è partito il balletto dei cds. Il costo di protezione contro il rischio di default sul debito dell'Islanda è cresciuto: gli swaps a cinque anni sono saliti a 466 punti base, dai precedenti 444 della chiusura Usa di martedì. Ma non solo. Il “caso” Icesave e le modalità con cui verrà gestito da Reijkyavik verrà preso in considerazione nell'accogliere o meno la richiesta dell'isola di aderire all'Unione Europea: la Commissione sta preparando un'indagine ai 27 paesi membri su quando l'Islanda potrà fare il suo ingresso.

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