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OCSE/ Amato e Dini, una "vendetta" contro Monti

Ieri è stato presentato il nuovo Rapporto Ocse sull’Italia. Dietro le apparenze, spiega GIUSEPPE PENNISI, non sembrano esserci buone notizie per il Governo Monti

Angel Gurria, Segretario generale dell'Ocse (Infophoto) Angel Gurria, Segretario generale dell'Ocse (Infophoto)

Il Rapporto “Italia, dare slancio alla crescita e alla produttività” dell’Ocse è uno dei lavori che l’organizzazione internazionale con sede a Parigi pubblica periodicamente sulla trentina di Stati che ne fanno parte. È un documento snello che di solito viene letto dai dicasteri economici dei Paesi interessati e utilizzato dai giornalisti perché presenta dati e statistiche in modo di più agevole consultazione dei compendi pubblicati dagli uffici centrali nazionali di statistica e dall’Eurostat.

Quest’anno la presentazione del Rapporto e stata l’occasione per prendere il polso allo stato e alle prospettive delle riforme attuate e in cantiere da quando il Governo Monti e in carica: un seminario di studio di un’intera giornata con grande spolvero di Ministri e di Direttori generali, nonché di qualche accademico. I punti salienti sono stati presentati da agenzie di stampa e da televisioni. Il seminario poteva dare l’apparenza di un grande spot per il Governo. Tuttavia c’è poco da essere lieti nel prevedere una crescita del Pil di 4 punti percentuali dal 2014 al 2024 (pari quindi allo 0,33% l’anno) dopo una contrazione di 14 punti percentuali dal 2008 al 2014. Il documento, poi, sostiene che le riforme sono state “iniziate” e si augura che vengano “attuate”. Inoltre, il Rapporto ignora comparti in disperato e urgente esigenza di riforma, come la giustizia, specialmente quella civile.

Ma andiamo al punto: prima superare la crisi e poi fare le riforme, oppure viceversa? Pare l’inizio della commedia “Prima le parole, poi la musica” dell’Abate Casti messa in musica, a fine Settecento, da Antonio Salieri. È, invece, il tema centrale di un dibattito tra “scuole di pensiero” economico in questi anni.

Un testo di culto della sinistra riformista - “Come far passare le riforme” di Albert Hirschman (scritto negli anni ’60, ma pubblicato in italiano da Il Mulino nel 1990) - sostiene che le riforme necessitano di anni di vacche grasse, in quanto i riformatori devono disporre di risorse con cui compensare le categorie danneggiate (anche quando il danno altro non è che una perdita di privilegi). A conclusioni analoghe era giunto il liberista Mancur Olson in “The Logic of Collective Action: Public Goods and the Theory of Groups” pubblicato negli Usa nel 1965 ma tradotto in italiano da Feltrinelli nel 1990. La bassa crescita economica dell’Italia e le severe restrizioni finanziarie sono state addotte (dai Governi dell’epoca - dalla primavera 1996 a quella 2001 e dalla primavera 2006 a quella del 2008) come ragioni per posporre riforme o fare marcia indietro su alcune di quelle annunciate (il caso più evidente è la previdenza).


COMMENTI
26/09/2012 - appello del new deal (antonio petrina)

Egr Pennisi non sarebbe il caso di ripetere l'appelleo di keines al new deal di roosvelt per dare impulso prima alla crescita e poi alle riforme (per tornare ai classici) ?