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FINANZA & POLITICA/ Così i saggi di Napolitano possono convincere i mercati

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Giorgio Napolitano (Infophoto)  Giorgio Napolitano (Infophoto)

Se Pier Luigi Bersani si fosse informato presso il Fondo monetario internazionale e, soprattutto, il Banco americano per lo sviluppo, avrebbe appreso che la teoria dei giochi non è il forte di Stefano Fassina. Forse avrebbe detto “Nessuno è perfetto”, come nell’ultima indimenticabile inquadratura di A qualcuno piace caldo. Ma forse non si sarebbe affidato al suo “consigliere economico” per la strategia da seguire dopo le elezioni. Tanto più che i suoi avversari, Silvio Berlusconi e Beppe Grillo, conoscono a fondo la teoria dei giochi per averla praticata (più che studiata) per anni nel mondo dell’industria e delle arti e delle professioni. Inoltre, il primo ha un supporto in Renato Brunetta che - mi hanno detto studenti che hanno frequentato il suo corso prima di seguire il mio - la teoria dei giochi la spiega molto bene. I parlamentari del secondo sono altamente scolarizzati (l’80% è laureato) e sguazzano come pesci negli “equilibri dinamici alla Nash” e simili algoritmi.

Perché occuparci di teoria dei giochi quando siamo alle prese con “giochi di governo” da cui dipende un Paese sull’orlo di una profonda depressione? Com’è noto, dopo oltre un mese di tentativi inconcludenti di Bersani, il Capo dello Stato lo ha inviato a Piacenza a festeggiare Pasqua e Pasquetta in famiglia, mentre due commissioni definiscono il programma e, tra qualche giorno, qualche altro entrerà a Palazzo Chigi. In effetti, per un mese, Bersani, seguendo i suggerimenti di Fassina (che gli faceva da contrappunto in dichiarazioni e interviste), ha perseguito quello che in teoria dei giochi si chiama “un gioco a ultimatum”: o vinco tutto il piatto secondo il mio “ultimatum” (spezzando il Movimento Cinque Stelle, M5S) o perdo tutto.

Per chi non mastica di economia, si tratta del “gioco” tra Don Giovanni e il Commendatore nel secondo atto della nota opera di Mozart (Pasquale Lucio Scandizzo, Università di Tor Vergata, e Antonio Cognata, Università di Palermo, hanno scritto, dieci anni fa, un bel saggio in materia). Come Don Giovanni, Bersani ha puntato tutto sulla sfida al Commendatore, il quale lo ha portato all’Inferno. Il Pd rischia di seguirlo, trovando collocazione nel dantesco girone dei litigiosi.

Gli altri due contendenti, usciti dalle elezioni, come il Pd, con il 25-30% del voto popolare, hanno compreso che il gioco era molto più complesso e si “giocava” parallelamente su tre tavoli: in uno la posta, era ed è, “la reputazione” di essere un affidabile partner di governo, in un altro la posta era ed è “la popolarità” di aumentarne i numeri di elettori in caso di ritorno alle urne, nel terzo, al Quirinale, la posta era ed è “l’affidabilità” di dare vita a un esecutivo stabile.



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COMMENTI
01/04/2013 - Giocare o Servire? (Andrea Trombetta)

E' proprio vero: M5S e PDL sanno giocare, il PD non ha ancora imparato le regole. Questi giochi spostano milioni di voti, e con i voti i destini politici, quindi sociali ed economici, del Paese. Ma fino a quando deve durare il gioco? Fino a quando i protagonisti della politica dovranno essere pochi patetici assetati di adrenalina, con il solo scopo di guadagnare consensi? I saggi di Napolitano, che sa giocare anche se non si diverte a farlo, sono figure di un altro stampo: non è un caso che ci siano Quagliariello, Giorgetti e Mauro, gente che sa ancora mediare senza perdere di vista l'obiettivo. Questi sono, più che saggi, "cardinali della politica" a cui il Presidente chiede di rimettere in campo una logica di servizio abbandonando i giochi. Forse in questi giorni i cardinali sono di grande attualità, ma credo che ciò che conta è il non aver perso la capacità di servire, che include l'umiltà (ossia l'intelligenza) di saper ascoltare. Buon lavoro! Abbiamo un gran bisogno del vostro successo ...