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Economia e Finanza

FINANZA/ Euro e Francia, i freni per la ripresa "a mandorla" dell’Italia

L’Abenomics ha fatto molto discutere, ma sta portando anche qualche effetto positivo al Giappone. L’Eurozona potrebbe fare altrettanto? La risposta di GIUSEPPE PENNISI

Shinzo Abe (Infophoto)Shinzo Abe (Infophoto)

Il risveglio del Giappone (una crescita del Pil del 3,5% l’anno nell’ultimo trimestre, rispetto al 2,5% degli Stati Uniti e al -0,9% dell’eurozona; un tasso di disoccupazione del 4% rispetto al 7,5% negli Usa e al 12% nell’area dell’euro) è uno shock per gli economisti occidentali e i governi che davano il Sol Levante (in sonno da vent’anni) definitivamente spacciato e ormai “nella pace dell’avel”. Non tutti hanno pensato che il Giappone, con una popolazione sempre più anziana e un debito pubblico pari al 240% del Pil, fosse finito. In America, un conservatore come Ben Bernanke ha sempre pensato che prima a poi avrebbe suonato la sveglia. Delle stesse idee anche quella testa un po’ matta di Paul Krugman.

Sono atterrato per la prima volta a Tokyo nel lontano luglio 1970; da allora ho visitato più volte l’arcipelago; per un lungo periodo di anni, in Banca mondiale ho diretto una divisione dove c’era la più alta densità di giapponesi (compresa la mia assistente) in un’unità amministrativa dell’istituzione; non ho mai studiato la lingua, ma ne conosco alcune regole di base e qualche parola e sono un grande estimatore della cucina nipponica. Con queste credenziali, credo doveroso esaminare i punti salienti dell’Abenomics (chiamata così dal nome del Primo Ministro Shinzo Abe) e chiedersi se ci sono elementi che possono essere utili alla malconcia eurozona.

In primo luogo, occorre dire che Abe è un politico puro, per il quale la politica economica è unicamente strumento per un più vasto, e più profondo, disegno politico. La mente “tecnica” dell’Abenomics è Haruhiko Kuroda, a lungo alla guida della Banca asiatica per lo sviluppo, e chiamato da Abe alla presidenza della Banca nazionale del Giappone.

Per comprendere la strumentazione tecnica (per certi aspetti molto eterodossa), occorre delineare il disegno politico. Abe è alla guida di un Governo per la “rinascita” del Giappone: revisione della Costituzione del 1947 (scritta di proprio pugno dal Gen. Douglas MacArthur, capo dell’amministrazione provvisoria americana nell’immediato dopo-guerra); sostituzione della “armata di auto difesa” con una forza nazionale dotata di esercito, marina e aviazione; rivalutazione delle tradizioni civiche comunitarie (a cominciare dalla famiglia); rafforzamento della posizione centrale del Sol Levante (che, però, non si considera “asiatico”) nel Pacifico e contrapposizione alla Cina.

Un disegno conservatore o anche reazionario? Difficile rispondere. Da un lato, ci si collega alla più antica tradizione nipponica. Da un altro, ci si basa su “istituzioni inclusive” e si valorizza il cambiamento di ruoli (si pensi alla posizione delle donne) avvenuto nell’ultimo quarto di secolo. È, comunque, un disegno imperniato su “l’orgoglio di essere giapponesi”, che sta influenzando soprattutto le giovani generazioni, sino a qualche lustro fa in via di americanizzazione ma che oggi plasmano prassi occidentali con tradizioni e credenze profonde del Sol Levante. Non nascondo che questo disegno politico ha in germe un conflitto potenziale con la Cina per il primato nella parte settentrionale del Pacifico che bagna le coste asiatiche.