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DECRETO DEL FARE/ 2. Da Letta un assist ai "rottamatori" dei partiti

Pubblicazione:lunedì 17 giugno 2013

Enrico Letta e Angelino Alfano (Infophoto) Enrico Letta e Angelino Alfano (Infophoto)

Con i suoi 57 articoli e 61 pagine, nella versione “provvisoria” (i tecnici stanno limando il testo), il “decreto del fare”, prodotto dopo un Consiglio dei Ministri durato numerose ore, è da ieri all’esame di commentatori e analisti economici. Nei prossimi giorni, sarà al vaglio delle Commissioni parlamentari che, con il supporto degli uffici di Camera e Senato, ne sviscereranno implicazioni in termini di finanza pubblica e di impatto sull’economia reale, con particolar riguardo alla crescita (specialmente dell’occupazione e in specie di quella giovanile).

Per una volta, il vostro “chroniqueur” toglie la casacca dell’economista e decide di non trattare né di coperture finanziarie delle varie misure, né delle ramificazione sul tessuto economico del Paese. Per il modo in cui è nato - una lunga trattativa mentre il “fuoco amico” sparava sul traballante Governo delle “grandi intese” e almeno due delle principali forze politiche del Paese si torturavano su “problemi” che riguardavano (al più) i loro rispettivi ombelichi - il “decreto del fare” è un ulteriore sintomo (forse il maggiore) della scarsa capacità dei partiti di essere il canale di trasmissione tra le varie forze esistenti nella società del Paese, da un lato, e il Governo e il Parlamento, dall’altro. È l’inadeguatezza, ove non la rottura, di tale canale alla base di un malessere che difficilmente potrà essere curato unicamente o principalmente da riforme istituzionali quali quelle che da decenni si stanno mettendo in cantiere (senza peraltro arrivare a conclusioni).

Anche in Italia è giunto in traduzione il libro, divulgativo ma fondato su una profonda e vasta strumentazione teorica, di Daron Acemoglu e James Robinson su come l’elemento politico spieghi perché alcuni Paesi crescono e altri declinano. La nuova political economy utilizza sempre più frequentemente gli strumenti della politologia per comprendere “come si fa politica economica” (mutuando dal titolo di un saggio breve ma fondamentale di Avinash Dixit scritto un quarto di secolo fa ma mai tradotto in italiano). Allora, in un centinaio di pagine, Dixit faceva ricorso alla teoria di gioco applicata ai processi politici per illustrare come politica economica “normativa” (quella che analizza come si fissano obiettivi e si raggiungono) e politica economica “positiva” (quella che spiega i comportamenti di individui, famiglie, imprese, istituzioni) potessero trovare un ponte.

Oggi le “nuove teorie della democrazia” - analizzate in Italia da anni, ad esempio, da Gianfranco Pasquino e oggetto anche di un bel lavoro della Fondazione CittàItalia, il “pensatoio” dell’Anci - mettono sempre più frequentemente in evidenza come il sistema di “democrazia rappresentativa” (con una forte intermediazione partitica) sia adatto a società dove l’integrazione economica internazionale, da un lato, e le esigenze di varie fasce della popolazione dall’altro, impongono di “deliberare” speditamente. Altrimenti, si perdono punti nell’agone internazionale e ci si autocondanna al declino.


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