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FINANZA/ Chi c’è dietro il nuovo "attacco" alla Grecia?

Pubblicazione:sabato 22 giugno 2013

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Tranquilli, è un bluff. Criminale, senza subbio, ma pur sempre un bluff. Stando a quanto scriveva il sito del Financial Times, il Fondo monetario internazionale avrebbe minacciato di sospendere da luglio la sua partecipazione al salvataggio di Atene se i governi europei non si impegneranno a coprire un nuovo “buco” di 3-4 miliardi di euro che è emerso nel piano di finanziamenti per complessivi 172 miliardi. Il nuovo ammanco sarebbe dovuto da un lato ai ritardi nel programma di privatizzazioni concordato dal governo di Atene e dall’altro al rifiuto di alcune banche centrali di rinnovare l’acquisto di bond greci in scadenza e di versare alla Grecia le plusvalenze realizzate sul primo prestito concesso al Paese.

Detta così può far paura, visto che se non paga il Fmi quei 3-4 miliardi devono tirarli fuori i greci - impossibile - o l’Europa, altrettanto improbabile visto il voto di settembre in Germania e la richiesta di rinegoziazione del salvataggio avanzata due giorni fa da Cipro e già rispedita al mittente dalla Commissione. Ma come vi dicevo, si tratta di un bluff. Il Fondo monetario sta mostrando i muscoli alla Grecia perché ritiene che il governo di Atene stia facendo troppo poco per onorare i suoi impegni e, dall’altra parte, mostra i denti all’Ue dopo la stizzita reazione della stessa al mea culpa dell’istituto di Washington proprio sulla ricetta di sola austerity usata in Grecia.

A darci una conferma indiretta di questa strategia è stato David Lipton, vice-direttore operativo proprio del Fmi intercettato da Cnbc all’International Economic Forum di San Pietroburgo: «Questi discorsi sono prematuri, stiamo ancora discutendo con la Grecia. Se si troverà un accordo entro la fine di luglio, allora saranno garantiti i finanziamenti per l’anno successivo». C’è comunque da dire che anche Atene - intesa come governo - ha la sua buona fetta di responsabilità: parte dell’ammanco giunge proprio dal ritardo accumulato nel piano di privatizzazioni, confusionario come non mai e certificato dalla desolante asta per la vendita della Depa, l’azienda del gas. Asta deserta, nessuna offerta vincolante e Gazprom, unica plausibile pretendente, messa in fuga da schermaglie burocratiche, accuse di monopolio e prezzo d’asta decisamente gonfiato. Fatti due conti della serva, il solo fallimento di questa privatizzazione ha creato un mancato incasso da circa 900 milioni di euro.

Resta però la minaccia: quell’ammanco, di fatto una cifra tra i 3,7 e i 4 miliardi di euro, deve essere coperto dai governi europei. E qui si apre la vera partita, non tanto e non solo sui soldi: per la prima volta la Grecia diventa la pallina da ping pong con cui viene giocata una partita tra Fmi e Ue, non più uno scontro fra troika e un Paese periferico in crisi. Inoltre, c’è il dato politico interno greco. Ieri mattina il leader di Sinistra Democratica, Fotis Kouvelis, ha annunciato che il suo partito ritirerà i ministri dal governo di coalizione, una rappresaglia per la vicenda della tv pubblica Ert che non metterebbe però in crisi l’esecutivo, poiché Kouvelis e i suoi garantirebbero comunque l’appoggio politico esterno. Per quanto, però? E a quali condizioni? Un appello al “senso di responsabilità” è venuto addirittura dal commissario Ue agli affari economici, Olli Rehn, il quale ha invitato Atene a ritrovare la stabilità necessaria nell’attuale situazione politica per fare quelle riforme indispensabili affinché il programma di aiuti vada avanti.


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