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Economia e Finanza

FINANZA/ 1. Il “caso Italia” manda in tilt i manuali d’economia

La ripresa sembra più vicina. Tuttavia, spiega UGO BERTONE, rischia di non portare benefici per l’occupazione se non ci saranno delle riforme orientate al breve e medio termine

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“Per quanto riguarda la disoccupazione, la previsione è di un tasso medio per il 2013 del 12,3%, del 12,4% per il 2014 e dell’11,8% per il 2015, con un lieve miglioramento che seguirà, con un certo ritardo, la moderata ripresa dell’economia. Se mettiamo a confronto queste previsioni con quelle precedenti, non ci sono cambiamenti per il 2013 in peggioramento, nell’ordine dello 0,2% per i due anni successivi. Il peggioramento, nell’ordine dello 0,1% riguarda anche le prospettive a medio-lungo termine”. In queste poche righe, affogate nelle 192 pagine del Bollettino della Bce, emerge il vero dramma dell’eurozona. Non è solo questione di numeri, seppur così impressionanti. È, semmai, la fredda rassegnazione di fronte agli eventi, che contrasta con il comportamento di altre banche centrali.

La Federal Reserve, da mesi, condiziona la propria politica monetaria al raggiungimento di un obiettivo preciso sul fronte della disoccupazione: si alzeranno i tassi solo quando sarà raggiunto in forma stabile il livello del 6,5%. Mercoledì Mark Carney, neo governatore della Bank of England, è stato ancora più esplicito: i tassi resteranno bassi finche non si scenderà a un tasso di disoccupazione del 7%. Non solo. Da quel momento Boe modulerà i suoi interventi di modo da favorire l’individuazione del “punto di fuga”, ovvero il momento in cui l‘economia potrà procedere da sola, senza sostegni da parte della politica monetaria. A modo suo anche il kamikaze Kuroda, l’iper-espansivo stratega della politica monetaria giapponese, subordina la sua azione a un forte rilancio dell’occupazione. E lo stesso fa, a due mesi dalle elezioni, la Bank of Australia che taglia i tassi per contrastare l’aumento dei senza lavoro, più o meno il 7% della popolazione.

Insomma, il lavoro innanzitutto. Ma non nella vecchia Europa, che pure è quella che soffre di più. Certo, è assurdo accusare Mario Draghi di insensibilità nei confronti della tragedia della disoccupazione, soprattutto di quella giovanile. Ma lo statuto della banca centrale, e ancor di più l’interpretazione rigida delle regole da parte della Bundesbank, impediscono alla Bce di assumere un impegno più diretto sul fronte dell’occupazione. Anche se, come abbiamo visto, gli esperti dell’Eurotower non si fanno, né alimentano illusioni. Ma perché, nonostante la ripresa, seppur modesta, le prospettive dell’occupazione sono sempre più nere?

Due le spiegazioni. La mancanza di fiducia, per prima cosa. Nessuno si fa illusioni sulla forza, assai modesta, della ripresa del 2014. Ma più ancora, la ritrosia degli operatori economici a investire in nuova occupazione ha un’altra spiegazione: nessuno o quasi crede in una riforma del mercato del lavoro nei paesi che più soffrono. La Bce non fa nomi, ma l’esempio italiano salta all’occhio. E così, come dimostra il parallelo con la situazione Usa, si allarga la forbice con gli States, dove la ripresa dell’occupazione, favorita dalla politica della Federal Reserve (ostacolata, però, dai tagli alla spesa pubblica), è preceduta da una ristrutturazione profonda dell’apparato produttivo. Intendiamoci: la situazione Usa non è idilliaca. La minor disoccupazione rispetto all’Europa, sottolinea il raffronto degli esperti della Bce, è legata all’espulsione di molte donne dal ciclo produttivo (l’opposto di quel che si è verificato nel Vecchio Continente) ed è influenzato dal massiccio ricorso al part-time.