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FINANZA/ 1. I numeri della Germania che possono aiutare l'Italia

In questi giorni ci sono stati molti commenti sugli ultimi dati economici tedeschi. GIUSEPPE PENNISI spiega come l’esempio della Germania può aiutare l’Italia

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La pubblicazione il 23 aprile da parte dell’Eurostat di quello che possiamo chiamare Il Rapporto sullo stato dell’Eurozona ha dato la stura a molteplici commenti. Da un lato, numerosi economisti hanno mostrato soddisfazione per il fatto che nel 2013, per la prima volta dal 2008, in aggregato, l’area dell’euro ha centrato l’obiettivo di un indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni non superiore al 3% del Pil. Da un altro, molti commenti hanno riguardato il surplus della bilancia commerciale tedesca, sottolineando (correttamente) che se non ci fosse l’euro (con la bassa produttività dei paesi dell’Europa meridionale) la moneta della Germania avrebbe subito un ancor maggior apprezzamento che avrebbe contenuto il proprio saldo. Alcuni si sono spinti in tesi fantasiose, secondo cui il sistema di transazioni interbancarie Target 2 definito nell’ambito della moneta unica finirebbe con il favorire il trasferimento del rischio di credito della Bundesbank alla Banca centrale europea. Ergo, i tedeschi dovrebbero compensare gli altri per questo vantaggio, se del caso mutualizzando parte del debito pubblico altrui.

Quasi in parallelo con il documento Eurostat, è uscito (ma ha avuto poca eco in Italia) lo studio del Luxembourg Income Study Database, forse la migliore banca dati su redditi e consumi in Europa: dall’analisi risulta un forte contenimento dei salari tedeschi (dal 2000 al 2010 hanno avuto, al netto di imposte e oneri sociali, un aumento totale solamente dell’1,4%). Si potrebbe argomentare che per spingere l’export il meccanismo tedesco di co-determinazione e di rappresentanza dei sindacati nei consigli di gestione delle impresse abbia implicato una politica di contenimento delle buste paga.

Credo che il “dilemma della Germania” vada affrontato con ponderazione. In primo luogo, la Germania degli anni Ottanta (prima dell’unificazione) era già in una situazione analoga a quella in cui si trovava ai tempi di Bismarck: tanto importante (sotto il profilo economico) che un suo starnuto avrebbe provocato la polmonite ai vicini ma non sufficientemente importante da potersi prendere cura di tutti i problemi europei.

Con l’unificazione, le priorità della Repubblica Federale cambiarono: l’obiettivo era quello di facilitare il processo di unità nazionale con una politica di bilancio espansionista controbilanciata da un forte rigore monetario. Sarebbe risultato un forte apprezzamento del marco tedesco rispetto a dollaro o yen: per i paesi che facevano parte degli accordi europei sui cambi si trattava di decidere se seguire il marco o far saltare gli accordi in questione. Ci si illuse di “mutualizzare” la politica monetaria: la Bce avrebbe temperato la Bundesbank e il resto della politica economica tedesca. Senza pensare che portare i “fratelli separati” a livelli di vita occidentali era una priorità non solo economica ma politica, sociale e culturale.