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RENZI BOOM/ Ecco cosa può "incassare" l'Italia dall'Europa

Pubblicazione:martedì 27 maggio 2014 - Ultimo aggiornamento:martedì 27 maggio 2014, 8.51

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“L’Italia si è dimostrata più forte della paura e ora è in grado di incidere in Europa”. Nella conferenza stampa, un Matteo Renzi compiaciuto, ma non seduto sugli allori, annuncia che il cambiamento dovrà essere ancora più veloce e al giornalista di Bloomberg che gli chiede che fine fa la rottamazione ribatte: “Adesso la rottamazione può cominciare”. Con quasi il 41% di consensi raccolti da un elettorato che ha voglia di chiudere i sette anni di vacche magre e ripartire, non cogliere l’attimo sarebbe un suicidio. Gli italiani hanno creduto in lui e gli hanno dato fiducia. L’astensionismo ha influito sul centrodestra, forse sui grillini, non sul Pd che ha guadagnato due milioni e mezzo di voti in termini assoluti rispetto alle politiche di un anno fa. Ma attenzione, non è una rendita: oggi gli elettori sono mobili, volubili persino, pronti a cambiare se si sentono delusi.

La vittoria, dunque, avrà un indubbio impatto interno. Poiché si è trattato di elezioni europee, è evidente che dovranno avere conseguenze a Bruxelles. Il Financial Times ha scritto che Matteo Renzi può fronteggiare la cancelliera Merkel come il leader del più importante partito progressista europeo e nello stesso tempo capo di un governo italiano legittimato da un ampio consenso popolare e impegnato in un cammino di riforme. Un percorso accidentato, pieno di ostacoli e di trappole.

Renzi non si ferma, non ha intenzione di farlo, però i suoi avversari sono molti e i più forti ormai stanno fuori dai partiti. C’è l’opposizione interna della Cgil. O quella esterna della Confindustria. Ci sono lobby e gruppi di pressione, clientele e corporazioni. Rottamarle non è facile, se è questo che voleva dire annunciando che il rinnovamento è ancora tutto da compiere. Dunque, il fronte domestico è fondamentale, ma Renzi tanto più avrà successo quanto più riuscirà a portare a casa risultati anche sul fronte europeo. Tocca a lui raccogliere i frutti di quel che è stato fatto in termini di risanamento del bilancio pubblico: 182 miliardi in tre anni è il conto delle stangate cominciate nel 2010.

L’anno scorso l’Italia ha fatto registrare l’avanzo primario (cioè al netto degli interessi) più elevato dell’intera Unione con oltre due punti di Pil. Il prezzo per il risanamento della finanza pubblica è stato molto salato in termini sociali ed economici perché ha prodotto pesanti effetti recessivi e una dinamica della crescita più lenta di altri paesi. Nonostante ciò, all’Italia si chiede una nuova stretta per rispettare le condizioni imposte dal Fiscal compact.

Il calcolo di quanto dovremo pagare è complicato ed è variabile, anche perché dipende da un parametro peculiare chiamato prodotto potenziale, ovvero il livello di prodotto lordo oltre il quale si crea instabilità. La differenza tra questo e quello effettivo determina lo spazio per le politiche fiscali. Più alta è la crescita potenziale, più basse le stangate per dirla in parole semplici. Secondo l’Ue, l’Italia ha un prodotto potenziale inferiore di circa 12 punti rispetto alla media. Tradotto in posti di lavoro significa che, anche quando tutte le aziende produrranno al massimo delle loro possibilità e avranno assorbito la manodopera in cassa integrazione, resterà un tasso di disoccupazione dell’11%, superiore di tre punti a quello esistente prima della recessione. È una conclusione che non convince il governo italiano il quale sostiene che il potenziale italiano è più elevato.


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