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SPY FINANZA/ Le manovre pericolose di Fed e Bce

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Janet Yellen (Infophoto)  Janet Yellen (Infophoto)

Ci sono movimenti - alcuni palesi, altri sotterranei - nel mondo delle Banche centrali. Cominciamo dai primi, visto che questo finire di settimana è stato pieno di novità. Primo, la Banca centrale cinese (Pboc) e la Bce sono pronte a effettuare operazioni di swap valutario, dopo l’esito positivo di due test effettuati quest’anno, ad aprile e a novembre: un’operazione la cui firma risale all’ottobre 2013 e l’ammontare massimo è pari a 350 miliardi di yuan o 45 miliardi di euro. L’intesa è volta a fornire un supporto di liquidità per entrambi i mercati monetari e a facilitare il commercio e gli investimenti tra la Cina e l’eurozona: bravo Draghi, stavolta un applauso te lo meriti davvero. Ma c’è dell’altro.

Da venerdì scorso e fino al 21 dicembre, infatti, sempre la Bce ha aumentato gli acquisti di bond per sfruttare le migliori condizioni di mercato attese nella prima parte di dicembre. Francoforte intende poi sospendere temporaneamente gli acquisti di bond (titoli di Stato, Abs e covered bond), legati alla politica di allentamento quantitativo, dal prossimo 22 dicembre al primo di gennaio incluso. La ragione deriva dalla minore liquidità del sistema, tipico fenomeno di fine anno e quindi dalla necessità di evitare effetti distorsivi sul mercato: gli acquisti riprenderanno dal 4 gennaio 2016. Questo senza tener conto che i mercati si attendono un rafforzamento del programma di Qe da parte di Francoforte alla prossima riunione del 3 dicembre, in vista della quale l’Eurotower sta valutando diverse opzioni.

Tra queste, oltre all’aumento del programma di acquisto dei bond (inclusi quelli regionali), la Banca centrale starebbe riflettendo su un doppio livello per i tassi di deposito, quelli che le banche attualmente pagano, già negativi, per parcheggiare il denaro sui conti dell’istituto di Francoforte. Stando a quanto rivelano fonti della Bce, l’Eurotower starebbe valutando la possibilità di penalizzare maggiormente chi deposita di più, rendendo il tasso sui depositi, attualmente al -0,20%, proporzionale all’ammontare dei depositi stesso. Tra le ipotesi in discussione, sempre stando alle fonti citate da Cnbc, ci sarebbe anche la possibilità di acquistare bond in ristrutturazione a rischio di non rimborso. Qui, se mi consentite, non mi viene affatto voglia di applaudire, ma tant’è, la strada verso la politica di Nirp (Negative interest rate policy) sembra spianata.

Lo stesso vicepresidente della Bce, Vitor Constancio, ha espresso aperture sulla possibilità di tagliare ulteriormente il tasso sui depositi, citando i casi di Svezia, Svizzera e Danimarca: «Questi esperimenti mostrano che i mercati possono sicuramente funzionare anche con tassi sui depositi negativi», ha affermato durante la conferenza stampa di presentazione del rapporto semestrale sulla stabilità finanziaria. Formalmente, lo scopo di questo tipo di misura è incoraggiare le banche a impegnare i fondi nell’economia reale, anche se può ripercuotersi con l’erosione dei rendimenti. Indirettamente poi un provvedimento simile tende a far moderare la divisa di riferimento, in questo caso l’euro.

Follia, perché in un articolo di poco tempo fa vi ho dimostrato a cosa stiano portando le politiche di tassi a zero scandinave, ovvero alla deflazione: nel caso della Norvegia, la spirale è talmente negativa che si starebbe pensando a un Qe in piena regola come quello svedese, peccato che Oslo sia talmente a posto con i conti da non aver abbastanza debito da monetizzare, come ho raccontato nel mio articolo di sabato scorso! Paradossi dei Paesi virtuosi. Ma torniamo al Qe e alla sua implementazione.



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