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FINANZA/ Tasi, Imu, Irpef: le tasse di Renzi portano l'Italia in bancarotta

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

La ripresa è arrivata, con essa anche le prime assunzioni in regime di Jobs Act. E, puntuali come il destino, ecco le tasse. Giugno è il mese più crudele. Di qui al 16 ci sono l'Imu, la Tasi, l'Irpef, la cedolare secca sugli affitti. E poi ci si meraviglia se gli italiani, come testimonia l'ultima indagine del Censis, tengono i soldi sotto il materasso: 211 miliardi accantonati nei sette anni di vacche magre, 36 miliardi in più solo nell'ultimo anno, per un insieme di 1.300 miliardi di euro in contanti e depositi bancari. 

"Nel complesso, le attività finanziarie delle famiglie italiane sono pari a quasi 4 mila miliardi", sostiene il Censis, che chiama queste disponibilità "cash-to-go". Una cifra notevole, tenuta liquida per motivi cautelativi, come direbbero gli economisti: per paura di una nuova crisi o che la farsa greca diventi tragedia. E in attesa di sempre nuove tasse da pagare. Perché quei quattromila miliardi fanno gola a chi ritiene che una bella patrimoniale sulla ricchezza finanziaria (sulla casa è stata già messa) potrebbe risolvere i nostri problemi di bilancio pubblico. Lo ha suggerito la Bundesbank e tanti lo pensano anche in Italia. 

Speriamo che non torni in ballo questa micidiale scorciatoia, perché finirebbe per aggravare la sfiducia e moltiplicare l'atteggiamento prudenziale che ha spinto a "tesaurizzare" anche gli 80 euro, almeno nella prima fase, finché non era chiaro che il governo li avrebbe confermati. È proprio in questi comportamenti, del resto, la chiave per capire perché il Paese non riesce a uscire dalla palude della stagnazione. E a suggerire dove il governo dovrebbe agire per far sì che la ripresa sia consistente e non solo una crescita da zero virgola.

La domanda interna ristagna. È vero, l'Istat ci dice che i consumi hanno cominciato a muoversi, ma sono rimasti a lungo declinanti e poi fermi; nei sette anni di crisi sono scesi di otto punti, secondo Bankitalia, in linea con la caduta del prodotto lordo: ci vorrà molto per recuperare. Anche gli investimenti hanno segnalato una live ripresa, ma "l'accumulazione di capitale da parte delle imprese è stata rallentata dalle prospettive incerte della domanda e dal permanere di ampi margini di capacità produttiva inutilizzata". È quel che induce molti a restare scettici anche di fronte ai segnali positivi che vengono dal mercato del lavoro. 

Senza una crescita consistente e duratura, i nuovi posti di lavoro saranno in prevalenza sostituivi. È vero che un impiego stabile è meglio di uno precario (anche in termini di reddito), tuttavia per smentire i "gufi" occorre che salgano per un paio di trimestri sia il prodotto lordo sia gli gli occupati, facendo scendere il tasso di disoccupazione sotto la soglia (già critica) del 10%. E questo non potrà avvenire se non ci sarà un aumento consistente della domanda aggregata, cioè di investimenti e consumi. Entrambi, non l'uno o l'altro. Domanda interna che si aggiunge alla domanda estera, non l'una al posto dell'altra. Facili a dirsi, ma come fare?



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