BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Economia e Finanza

FINANZA E POLITICA/ Dalla Cina il nuovo "passo" che lascia l'Italia al palo

Dalla Cina arriva un chiaro segnale per l’economia mondiale: è necessario cambiare passo e avviare una nuova fase. L’Europa, dice STEFANO CINGOLANI, non sembra però pronta

Infophoto Infophoto

Sui mercati finanziari è stato il peggior inizio d’anno da quando s’è conclusa la grande crisi. Non era difficile in realtà vedere le turbolenze in arrivo: l’Isis, la guerra al terrorismo islamico, Putin che proclama di nuovo la Nato come suo nemico principale, il collasso del Brasile, il rallentamento cinese, insomma i bagliori erano già nell’aria. Gli ottimisti sostengono che si tratta di aggiustamenti momentanei; chi si ostina a considerare le borse separate dall’economia reale, dei caciocavalli appesi al soffitto della “economia di carta”, si consola dicendo che i fondamentali in realtà sono buoni: gli Stati Uniti creano posti di lavoro (ne hanno persi 8 milioni nel 2008 e 2009, ne hanno prodotti 13,5 milioni dal 2010 a oggi) anche se il ritmo di crescita del Prodotto interno lordo non è elevato, l’Unione europea ha ripreso a muoversi sia pure a passo più lento degli Usa, e anche l’Italia, il vagone di coda, segue a distanza la locomotiva occidentale.

Questa analisi diffusa tra gli economisti accademici trascura alcuni fattori fondamentali che non sfuggono a chi manovra il denaro vero. Il primo è che la Cina ha un ruolo sempre più importante anche sui mercati finanziari, il secondo è che Pechino guida un’ampia serie di paesi in via di sviluppo, il terzo è che l’economia cinese è entrata in una fase nuova e questo segna un cambio di ciclo per l’intera economia mondiale.

Il grande balzo in avanti in Cina è avvenuto a partire da metà anni 90 sotto la spinta della globalizzazione e del ciclo espansivo nato negli Stati Uniti e amplificato proprio dall’apertura dell’immenso mercato asiatico. Allora s’è realizzato lo scambio ineguale tra il debito americano e il credito cinese. Durante la lunga recessione, Pechino ha fatto da boa di salvataggio: la sua crescita (con quella dell’America Latina e del resto dell’Asia) ha compensato la caduta della domanda nei paesi occidentali.

Adesso la Cina si trova di fronte alla necessità di passare dall’accumulazione a tutti i costi alla redistribuzione, la fabbrica mondiale deve creare servizi a tutti i livelli (a cominciare da quelli bancari e finanziari), deve costruire un welfare state, gestire una trasformazione generazionale non facile, riformare le sue istituzioni economiche e politiche. Il rallentamento della crescita è dovuto a fattori strutturali, i quali rendono sempre più difficile tornare ai ritmi di un tempo. Ciò crea anche problemi politici seri. Si era detto che è lo sviluppo a comprare il consenso e il partito comunista si rende conto che sarà più difficile gestire le nuove contraddizioni in seno al popolo, per usare una espressione di Mao.

Questo aggiustamento durerà a lungo, trascina con sé i paesi in via di sviluppo diventati sempre più dipendenti dal ciclo cinese e ha un esito tutt’altro che scontato. La Cina non sarà più lo sbocco garantito delle merci occidentali e nello stesso tempo cercherà di spingere al massimo il proprio export, svalutando il renminbi, per tenere su i giri del motore. Abbiamo già detto addio a tassi di crescita cinesi a due cifre, ma non è più garantito nemmeno quel 7% annuo che rappresenta l’obiettivo del governo, o meglio il punto di equilibrio economico-sociale.