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FINANZA E POLITICA/ Italia "schiava" dell'Ue, il piano è già pronto

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La situazione dell’economia italiana continua a peggiorare. Nell’ultima nota mensile dell’Istat, un indicatore particolare utilizzato per anticipare i trend segnala una battuta d’arresto per il Pil nel breve termine. Si tratta dell’ennesimo segnale negativo. Anzi, in settimana pure la Bce ha previsto un incremento dell’inflazione, ma solo a partire da giugno, cioè ancora in ritardo. E nel frattempo segnala valori leggermente negativi, cioè la temutissima deflazione.

Questo vuol dire che la presunta crescita del Pil sarà erosa prima che avvenga. E ricordo a tutti i miei lettori anche gli effetti perniciosi del calcolo percentuale: se prima si cala dell’1% e poi si cresce dell’1%, questo non vuol dire che alla fine siamo tornati pari, perché il calo dell’1% si calcola sul 100%, ma la successiva crescita dell’1% si calcola sul rimanente 99%. Quindi non bisogna farsi ingannare dal calcolo delle percentuali.

Senza tenere conto del fatto che in realtà occorrerebbe una crescita ben superiore all’1% perché altrimenti tutto il sistema economico e finanziario non ha scampo. Questo lo sanno tutti e proprio questo è il motivo dello scontro tra il governo e le istituzioni europee: il primo chiede maggiore flessibilità sui conti, le seconde sono restie a concederla perché, se la crescita è così scarsa, la flessibilità sarà completamente inutile. Certo, la Bce ha fatto previsioni di crescita per giugno. Ma la stessa Bce si è sbagliata numerose volte nel passato. E se nuove previsioni tra quindici giorni dovessero smentire tale crescita? Per questo ci vanno così caute.

Ma la cosa triste non è il dettaglio sui decimali di crescita: la cosa triste è vedere tanti politici annaspare nel vuoto, senza comprendere la gravità della situazione, impegnandosi a raggiungere traguardi che non cambieranno assolutamente nulla, anzi ci spingono verso il baratro. Così in settimana abbiamo visto che il ministro Giannini, tutta fiera, annunciava il nuovo accordo con il ministro tedesco Wanka per la cooperazione tra i due paesi nell’ambito della formazione professionale. Ovviamente la Giannini ha speso elogi per il (fallimentare) modello tedesco. Ma si è lanciata più in là, sostenendo che l’Italia punta a raggiungere gli standard tedeschi, cioè maggiore precariato, verso “un modello americano, in cui la flessibilità, che è sinonimo di precariato, è la base di tutto il sistema economico”.

Capito precari? Voi non siete una fase di passaggio, voi siete il futuro. Capito dipendenti con stipendio fisso? Voi invece siete il passato e siete destinati all’estinzione. Ma questa non è una novità, non si tratta di un pensiero malsano di un politico solo: in realtà questo è il retropensiero di tutta la politica governativa. Questa è la linea affermata già da Filippo Taddei, responsabile economico del Pd, il quale ha dichiarato che “l’esempio al quale tendiamo sono gli Stati Uniti e dobbiamo sognare gli Stati Uniti d’Europa”.

E qui la mia tristezza raggiunge il suo apice. Perché si può perfino accettare di fare da schiavi, per un bene superiore. Si può accettare perfino di prendere la parte degli schiavi, se il momento storico lo richiede. Ma si può ragionevolmente farlo, se poi si arriva a un traguardo positivo e condiviso. E quale sarebbe il traguardo proposto? Gli Usa, cioè il Paese che da un punto di vista sociale è a uno stadio avanzato di crisi economica. L’ultima notizia sugli Usa riguarda proprio i posti di lavoro, cresciuti di 160mila invece dei previsti 200mila. Qualcuno potrebbe pensare: di che ci lamentiamo, è sempre una crescita, no? Il piccolo problema è che nello stesso mese ben 362mila persone sono uscite dalla forza lavoro e quindi sono uscite dalle statistiche.


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COMMENTI
17/05/2016 - commento (francesco taddei)

una grossa mano per l'affermarsi del precariato in italia l'hanno data marco biagi, sacconi e poletti insieme alle agenzie di somministrazione lavoro e agli imprenditori. in germania le scuole che fanno formazione aiutano i ragazzi a trovare lavoro prima, da noi ci vogliono tutti laureati, a trent'anni disoccupati ma acculturatissimi.