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Economia e Finanza

FINANZA E POLITICA/ SI o NO, i danni del referendum d'ottobre

La campagna elettorale per il referendum sulle riforma costituzionale sembra cominciata. Ma nessuno parla delle sue conseguenze economiche, dice GIUSEPPE PENNISI

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Con l’annuncio dell’istituzione dei comitati per il SI e di quelli, a essi speculari e contrapposti, per il NO, è di fatto iniziata la campagna per il referendum confermativo delle riforme costituzionali. Un referendum, dicono i giuristi, anomalo perché richiesto dal Governo (come non previsto dalla Costituzione vigente), mentre si stanno ancora organizzando coloro che hanno titolo a chiederlo (un quinto dei parlamentari, cinque Consigli regionali, 50.000 cittadini). A sua volta il referendum si riferisce a una riforma costituzionale anch’essa anomala, in quanto frutto di un disegno di legge del Governo e non di un’autonoma proposta del Parlamento tale da esprimere il punto di vista dell’Esecutivo ora in carica, non degli eletti. E sembra essere strumento divisivo più che di convergenza. Tanto che il Presidente del Consiglio lo ha anche trasformato in un plebiscito sulla sua persona e sui suoi destini politici.

Lasciamo queste questioni ai giuristi e ai politologi. Nel dibattito sul SI o sul NO, tale comunque da rispecchiare scelte individuali, non si è parlato delle conseguenze economiche di un referendum che modifica in misura significativa la Costituzione della Repubblica. Sappiamo che il costo finanziario alle casse dello Stato si aggira sui 500 milioni di euro, a cui aggiungere la “distrazione” da attività produttive o per il miglioramento della qualità della vita delle risorse impiegate per le campagne referendarie. Questi dati ci dicono molto poco sulle conseguenze economiche effettive del referendum, cioè sulle sue implicazioni per l’economia italiana in termini di reddito, occupazione e quant’altro.

Non abbiamo strumenti e dati per farne una quantizzazione anche solo approssimativa. Tuttavia, sarebbe utile chiedere all’Istat di produrre scenari “contro fattuali” non per impedire o ritardare la consultazione, ma perché gli italiani abbiano quanto meno un’idea delle implicazioni economiche della strada scelta.

Dalla teoria economica, sappiamo che economisti considerati liberali (ad esempio, John Douglas North) ed economisti di orientamento socialdemocratico (ad esempio, Albert Hirschman) concordano nel sostenere che le riforme istituzionali comportano, se non accompagnate da una forte dose di vitamine di riforme economiche, un rallentamento di almeno cinque anni della crescita economica. In una prima fase, quella della preparazione e del dibattito, “distraggono” dalle misure per la crescita economica. In una seconda, quella della loro applicazione, comportano “learning” (apprendimento) delle nuove regole e quindi ancora “distrazioni” dalla crescita, nonché un irrigidimento delle “vecchie regole” e controversie tra “il vecchio e il nuovo”.

Tanto North quanto Hirschman sono economisti istituzionalisti con una forte impronta storica, North in particolare analizza cinquecento anni di storia europea. Se si scorre il Social Science Research Network, la maggiore rete telematica di scienze sociali, si trovano circa cinquecento analisi empiriche che giungono alla medesima conclusione. Ciò non vuol dire che riforme istituzionali ben azzeccate non possano essere successivamente leva per una maggiore crescita economica.