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MPS/ Le domande aperte dopo gli stress test

Pubblicazione:lunedì 1 agosto 2016

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MPS NEWS Alla fine, come molti avevano previsto, lo stress test 2016 si è risolto, shakespearianamente, in molto rumor per nulla. Il vostro chroniqueur non ne ha trattato su Il Sussidiario.net o su altre testate a cui collabora perché presagiva da tempo quelli che sarebbero stati gli esiti. Dal 2014 a oggi è cambiato il numero delle banche (il gruppo sottoposto a stress test) e la procedura, ma non sono cambiati né l’approccio di base, né la metodologia. Secondo quanto si insegna nelle università, gli stress test dovrebbero essere di due tipi: a) quelli (riservati e accessibili solo al management e agli amministratori delle banche, nonché all’autorità di vigilanza) condotti dai singoli istituti per avere una miglior contezza della loro situazione e delle probabilità di crisi di liquidità o d’insolvenza (in gergo crash test); b) quelli pubblici, generalmente condotti dalle autorità nazionali, ed europee, per individuare criticità di sistema e possibili modi per risolverle. Le autorità nazionali ed europee potrebbe trarre utili informazioni incrociando i risultati delle due verifiche.

Ridotti, invece, a “giudizi” o “pagelle” delle autorità europee non servono a nulla. Sono anzi dannosi. Fanno gongolare qualche eurocrate con il complesso della maestrina con la penna rossa; in tal modo si sente più importante di quanto effettivamente non lo è. Ma stressano i banchieri, i bancari e i cittadini in attesa della pagella, acuiscono i sentimenti anti-burocrazia europea e accentuano (per qualche settimana) la volatilità. La accentuano, ma non ne sono la determinante, spesso da individuarsi in politiche economiche incoerenti o inconsistenti e in Governi più fragili di quando danno a intendere e, per questo motivo, incapaci di politiche economiche adeguate alle necessità del Paese.

Si pensi all’Italia: le unioni civili (con annesse adozioni) e la legalizzazione delle droghe leggere paiono avere centralità dell’azione di Governo nonostante la perdita di un quarto della capacità produttiva nel manifatturiero, il pericolo di una lunga deflazione, l’aumento della povertà e del disagio, la disoccupazione a livelli non visti da lustri e un sistema bancario che, molto prima che arrivassero gli stress test, scricchiolava da tante parti.

Ma vediamo in sintesi i risultati degli stress test. Tre delle cinque banche italiane passano agevolmente l’esame burocratico, ma Unicredit e Mps sono fra i dieci istituti europei con le pagelle più basse. E Mps riceve i voti peggiori fra tutti gli istituti del continente, un crollo a -2,44% del coefficiente patrimoniale Cet1 che azzera il capitale nello scenario avverso e spiega le fortissime tensioni degli ultimi mesi, prima dell’aumento di capitale e della maxi-cessione di crediti cattivi annunciati per correre ai ripari extremis. Purtroppo, non sono novità: da mesi, se non da anni, in Italia ci si arrovella su cosa fare dell’istituto bancario più antico, e per secoli più solido, del mondo.

Non è neanche una novità che fra le 51 banche esaminate dall’Autorità bancaria europea Royal Bank of Scotland e la Allied Irish Bank escano con parecchi danni, quali un capitale di miglior qualità praticamente dimezzato. La Deutsche Bank non subisce il tracollo che qualcuno a palazzo Chigi ipotizzava e non vede una stangata sui derivati e sui rischi di mercato, va al 7,80% nello scenario peggiore ipotizzato dall’Eba, presenta un miglioramento rispetto al 2014.


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