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Lavoro

IL CASO/ La "scorciatoia" per portare i giovani dalla scuola al lavoro

A partire dal prossimo anno scolastico si potrà sperimentare l’alternanza scuola-lavoro per gli studenti delle classi quarte e quinte delle superiori. Il commento di GIANNI ZEN

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I dati sempre più impressionanti relativi alla disoccupazione giovanile stanno, forse, per imporre una svolta positiva nel sistema formativo italiano. Dico “forse”, perché di false partenze ne abbiamo avute sin troppe, negli ultimi anni. La buona notizia parla di una sperimentazione triennale, a partire dal prossimo anno scolastico, dell’alternanza scuola-lavoro per gli studenti delle classi quarte e quinte delle superiori. L’annuncio arriva da una nota congiunta del ministero del Lavoro e del Miur.

L’obiettivo è chiaro: creare reali opportunità di inserimento nel mondo del lavoro, già durante la vita scolastica, ai nostri giovani. Perché comprendano concretamente valori e opportunità. Quasi a dire che è il lavoro sul campo che potrà accompagnare e orientare i nostri ragazzi nelle loro scelte. In altri termini, anche le aziende, gli studi professionali, il mondo dei servizi: sono tutti momenti e luoghi altamente formativi. Diversamente da certi schemi ideologici, ancora duri da morire, che preferiscono rifugiarsi nella vecchia contrapposizione tra formazione e lavoro, quest’ultimo ridiventa cuore pulsante della domanda di futuro.

Con un decreto interministeriale (D.M. prot.n. 28/0005408 / 1.44.10 del 5 giugno 2014, previsto dalla legge 8 novembre 2013, n. 128), firmato dai ministri competenti, compresa l’Economia, questo documento “segna una svolta nel rapporto fra scuola e mondo del lavoro ed era atteso da molto tempo sia dalla Scuola che dalle stesse imprese”, precisa il ministro Giannini. Così come Garanzia Giovani, a un mese dalla sua presentazione, “questo provvedimento - sono le parole del ministro Poletti - è un’altra testimonianza dell’impegno del governo per favorire nuove opportunità di ingresso nel mercato del lavoro dei giovani, assicurando loro un’adeguata qualificazione professionale e una valorizzazione delle competenze”.

Nuove opportunità, dunque. Dovute, è giusto riconoscerlo, al passo in avanti previsto dal già citato “Decreto Carrozza” convertito in legge lo scorso novembre, il quale ha avuto un merito particolare: avere collocato il valore formativo del lavoro al centro del dibattito sulla riforma del nostro sistema formativo. Una conquista bipartisan, come si disse allora, in un Paese come il nostro, ancora legato all’idea negativa, in termini formativi, della cultura d’impresa, per vecchi schemi ideologici, corporativismi e resistenze di natura politica e sindacale. L’impresa, cioè, come valore in sé. Luogo di formazione e sviluppo della persona, non solo sede materiale della produzione o dello scambio di beni e servizi, secondo la fredda e superata definizione che ritroviamo nel Codice Civile, datata 1942.