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SCENARIO/ Barcellona: il populismo di Berlusconi (e Grillo) prepara la nuova tecnocrazia

Pubblicazione:mercoledì 12 dicembre 2012

Silvio Berlusconi (InfoPhoto) Silvio Berlusconi (InfoPhoto)

Si può deplorare quanto si vuole la condotta di Silvio Berlusconi, ma non si può non riconoscere che, suscitando le dimissioni del governo Monti, sia riuscito a modificare il quadro politico del futuro e a rilanciare il proprio ruolo riaggregando un centrodestra lacerato in mille frammenti. Dal suo punto di vista la mossa politica compiuta è certamente efficace, e non vale granché rimettere in campo le vecchie formule del partito padronale e la spregiudicatezza amorale dei suoi comportamenti politici. È invece il momento di fare davvero i conti con quello che rappresenta nel contesto italiano e in quello europeo la persistenza tenace del “populismo” e il suo progressivo radicarsi nella crisi sociale che stiamo attraversando.

Bisogna anzitutto cominciare a distinguere tra populismo di sinistra e populismo di destra. Il populismo di sinistra, che a mio parere è rappresentato dal M5S e da Grillo, esprime una potente carica negativa insieme tuttavia ad una forte ispirazione anticapitalistica. La sua forza consiste cioè nel proporre una battaglia senza quartiere contro ogni potere politico, economico e sociale che risulti sostanzialmente subordinato alle logiche speculative del capitalismo finanziario e della sua inevitabile alleanza con la rendita. 

Il populismo di destra, invece, non ha alcuna carica specificamente anticapitalistica ma tende a porsi pragmaticamente come un diverso regime di governo nel quale si realizza di fatto la tutela dei ceti privilegiati che sono principalmente interessati a conservare il proprio tenore di vita e il proprio livello di consumo. Si tratta dunque di un populismo non tanto negativo quanto reazionario e conservatore, che tocca la sfera emotiva di coloro che nel corso della crisi perdono qualche privilegio consolidato. 

Se si prova a fare l’identikit dell’elettore del centrodestra berlusconiano si riuscirà probabilmente a identificare un tipo di italiano medio che è riuscito in questi anni a realizzare una qualche attività economica propria, certo non a livello di grande impresa ma con espedienti tra cui principalmente la piccola evasione fiscale, lo sfruttamento del lavoro non protetto, il paternalismo economico-familistico e l’utilizzazione spesso occulta di risorse pubbliche, erogate mediante il sistema degli appalti locali. In particolare si tratta di figure che hanno realizzato l’acquisto di qualche proprietà immobiliare e che continuano a godere di livelli di vita superiori alla cosiddetta soglia di povertà. 

Per questo tipo di italiano medio, l’inasprimento del sistema fiscale attraverso l’introduzione dell’Imu e l’aumento dell’Iva ha rappresentato una iniqua e oppressiva misura di riduzione del reddito. Questa parte di società è sempre disponibile a seguire chi promette meno tasse e propone l’abolizione dell’Imu sulla prima casa e qualche sistema di detassazione dei redditi legati alla rendita immobiliare e in qualche caso anche finanziaria. 


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