DIBATTITO/ Le due verità “nascoste” dal referendum sull’acqua

- Paolo Nardi

Il referendum sull’acqua, che ha raccolto oltre 1,4 milioni di firme, potrebbe portarci a una situazione peggiore di quella già esistente. PAOLO NARDI ci spiega perché

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Una manifestazione a sostegno del referendum sull'acqua (Foto Ansa)

Alla fine sono state raccolte circa 1.400.000 firme a sostegno del referendum contro la “privatizzazione dell’acqua”. L’acqua è di tutti, si argomenta, e a ragion veduta. Tuttavia, in sede di conclusioni, si trascurano (volutamente?) almeno due aspetti rilevanti.

 

Certamente esiste un diritto di accesso all’acqua per il consumo personale e della comunità. Ma a questo diritto non può non collegarsi un aspetto speculare: la responsabilità nel tutelare questa risorsa. Oggi si avverte sempre più l’urgenza di far fronte all’inquinamento di tanti corpi idrici, determinato proprio dai consumi, soprattutto in uscita dai grandi centri abitati.

Basterebbe consultare i dati di Arpa Lombardia per valutare come il miglioramento della qualità ecologica dei corpi idrici in Lombardia (regione ricca di acqua) sia molto lento e richieda ancora numerosi interventi (Rapporto Stato Ambiente del 2010). Se l’acqua è di tutti, chi si fa carico della cura dei nostri fiumi, laghi e mari? Chi paga gli interventi necessari?

In secondo luogo, rischia di essere equivoco parlare di “acqua” e non di servizio idrico integrato. Che differenza c’è? Parlare di servizio idrico integrato vuol dire considerare la dotazione di infrastrutture locali, reti e impianti, che costituiscono l’ossatura del servizio. Non sono dotazioni naturali, eppure costituiscono un patrimonio della comunità che li ha costruiti e utilizzati per decenni.

Considerare anche le reti quando si parla di diritto all’acqua è essenziale: senza reti, non c’è servizio. Ancora una volta si pone un problema di investimenti necessari per il prossimo futuro. La cifra stimata è di circa 60 miliardi di euro per i prossimi 30 anni, di cui una metà è destinata alle reti acquedottistiche e un’altra metà alle reti fognarie e ai depuratori (Bluebook 2009). Pertanto è lecito chiedersi: se l’acqua è di tutti, chi deve fare questi investimenti?

Ancora un problema di responsabilità. Ciò che però preoccupa è che il pregiudizio nei confronti dell’iniziativa privata non fa i conti con le difficoltà economiche e finanziarie degli enti locali, proprietari della maggior parte delle attuali utilities operanti nel settore idrico. I vincoli finanziari posti loro rischiano di essere un collo di bottiglia per i necessari investimenti nel settore.

 

D’altra parte il privato, potenzialmente in grado di sostenere queste spese, è frenato da aspetti contingenti di organizzazione del settore (ad esempio l’instabilità del quadro legislativo: infatti chi corre il rischio di investire così tanto, nel dubbio che una prossima riforma cambi improvvisamente le regole del gioco?).

 

Inoltre si dimentica che i più recenti studi internazionali di confronto tra aziende pubbliche, private e miste sull’efficienza dei costi e sulla qualità del servizio ha mostrato che non c’è alcuna formula ideale. Ci sono best practices nel pubblico, anche in Italia, e ci sono esempi virtuosi di società private. Senza che il diritto all’acqua sia messo a rischio. Anzi. La soluzione, perciò, non è problema di pubblico vs. privato.

 

Ciò che fa la differenza, piuttosto, è la concezione che guida chi gestisce queste utilities. Una ricerca della Fondazione per la Sussidiarietà di prossima pubblicazione richiama, a questo proposito, due spunti.

 

La responsabilità diffusa di cui si è parlato nella gestione del servizio idrico richiede un approccio “sussidiario”: chiunque gestisca il servizio ha bisogno della collaborazione degli altri attori (pubblici, privati, non profit; istituzionali o associativi) che, a vario titolo, possono contribuire allo sviluppo sostenibile delle infrastrutture: disponibilità di risorse monetarie, conoscenze tecniche, rappresentanza dei bisogni e delle istanze degli utenti.

 

Allo stesso tempo, occorre recuperare la dimensione “pubblica” del servizio, intesa come destinazione alla collettività, per promuoverne il suo sviluppo sociale ed economico. In quante aziende di pubblica utilità questa consapevolezza è diffusa tra i manager così come tra chi opera a contatto con le reti? In quante aziende viene valorizzata e promossa nella formazione del personale?

In conclusione, se da una parte il decreto Ronchi ha puntato sull’organizzazione del settore (introduzione delle gare, incentivo al coinvolgiemnto del privato) per rispondere alle esigenze che il settore idrico ha messo in luce, dall’altra il referendum rischia di non sanare i difetti della riforma, bensì stravolgere persino l’attuale sistema, determinando, in nome di uno slogan che abbiamo visto essere equivoco, un danno persino peggiore di quello già esistente.

 

In entrambi i casi non sarà un sistema perfetto di regole che cambierà le cose. L’esperienza internazionale del settore idrico lo sta insegnando. Occorre un cambiamento di mentalità. L’acqua è di tutti. Allora è il momento di prenderci le nostre responsabilità.

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