J’ACCUSE/ Luttwak: l’Italia può crescere, alla faccia di Bce (e Germania)

- int. Edward Luttwak

Per EDWARD LUTTWAK, la scelta degli Usa di tagliare la spesa pubblica per tenere basse le tasse sta facendo crescere l’economia. È una politica che anche l’Italia dovrebbe imitare

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Enrico Letta

«La scelta degli Stati Uniti di tagliare drasticamente la spesa pubblica per tenere basse le tasse sta facendo crescere l’economia americana. È una politica che anche l’Italia dovrebbe imitare, anche se gli errori di un organismo anti-democratico come la Bce non consentono all’Europa di combattere adeguatamente la crisi». Lo afferma Edward Luttwak, esperto di scienze politiche e di relazioni internazionali, commentando la notizia del Financial Times secondo cui gli investimenti del governo federale negli Stati Uniti avrebbero raggiunto il loro livello più basso dal 1947. Una scelta dettata dalla massiccia presenza nel Congresso del Tea Party, il partito anti-tasse risultato vincitore nel 2010. Anche se nelle elezioni per il sindaco di New York ha trionfato il democratico Bill de Blasio, il cui programma si basa su un incremento di tasse per i più ricchi e su maggiori investimenti pubblici in asili nido.

Professor Luttwak, in che modo si è arrivati al taglio degli investimenti pubblici da parte degli Stati Uniti?

È una conseguenza dell’accordo tra i Repubblicani e i Democratici che consiste nel ridurre drasticamente la spesa pubblica. Dal momento che i due partiti non sono d’accordo sui dettagli, è intervenuto il cosiddetto “sequestro”. Si tratta di tagli che riguardano grandi categorie con l’obiettivo di evitare di aumentare la pressione fiscale e nello stesso tempo di ridurre il deficit. Di fatto, i fondi per gli investimenti capitali sono molto ridotti e scompaiono le somme per la Green Economy che erano state messe a disposizione in precedenza.

Si tratta della politica opposta di quella adottata dall’Italia…

Per non aumentare il deficit in tempo di crisi, anziché di ridurre la spesa pubblica in Italia si è scelto di aumentare la pressione fiscale che per le imprese è arrivata al 60%. Poiché negli Stati Uniti tutto ciò non era accettabile si è scelta l’unica alternativa percorribile, dal momento che Repubblicani e Democratici non erano riusciti a mettersi d’accordo su tagli mirati e selettivi. I fondi federali sono dunque stati tagliati, ma sono stati compensati con investimenti privati in project financing, e la conseguenza è stata che il numero di infrastrutture realizzate non è diminuito.

Quali sono stati gli effetti economici del “sequestro”?

Negli Stati Uniti non ci sono stati gli effetti negativi provocati dall’inasprimento della pressione fiscale che in Italia sta strangolando le aziende. D’altra parte nel Bel Paese non c’è stata una riduzione della spesa pubblica, la realizzazione di infrastrutture è diminuita, mentre i costi per la macchina amministrativa sono rimasti invariati. Queste uscite viaggiano su cifre enormi, che coprono somme ingenti per i salari pubblici, anche perché i livelli degli stipendi degli statali nel Bel Paese sono il doppio o il triplo della media europea e americana. Il Tea Party al contrario è nato come un movimento che puntava a una riduzione dello Stato, e in particolare di quello federale.

Insomma, è stato fatto il contrario di quanto è avvenuto dopo la crisi del ’29, quando fu adottata una politica keynesiana …

L’America ha scelto di non adottare una politica anticiclica, e tra gli economisti Usa è in atto un furioso dibattito. Secondo quanti si ispirano a Keynes, come l’editorialista del New York Times Paul Krugman, di fronte a un’economia che cresce poco o non abbastanza, bisogna spendere senza preoccuparsi se il deficit aumenta. Secondo un’altra scuola di pensiero, Keynes si sbagliava e quanto sta avvenendo a partire dal 2007 non è la Grande Depressione degli anni ’30.

 

Secondo lei, chi ha ragione?

I seguaci di Keynes hanno perso ovunque, sia in Europa che negli Stati Uniti. L’unico Paese che sembra rappresentare un’eccezione è il Giappone, dove il governo Abe ha deciso di stampare nuova moneta. Il vero scopo però è quello di svalutare lo Yen, e non di rilanciare un ciclo keynesiano. Al contrario dell’Europa, negli Stati Uniti l’economia sta crescendo anche se non in modo sufficiente per fare ripartire rapidamente l’occupazione. Ciò senza bisogno di stampare moneta e di incrementare il debito pubblico, e con i tassi d’interesse vicini allo zero.

 

Perché la Bce non percorre la stessa strada?

Perché la Bce non risponde a nessuna autorità, in quanto gli europei al centro del loro sistema sono riusciti a costruirsi uno strumento assolutamente non democratico. La Banca centrale europea continua imperterrita ad avere l’obiettivo di combattere l’inflazione. Per ora però è riuscita a tenere l’euro su livelli molto alti e a indebolire così gli esportatori europei. Se la banca centrale statunitense si azzardasse anche solo a pensare una cosa del genere, gli americani l’avrebbero già abolita.

 

Perché allora i newyorkesi hanno eletto De Blasio, che vuole fare pagare più tasse ai ricchi?

Ciò è in parte dovuto al fatto che il candidato repubblicano Lotha era una figura molto debole. Per anni nella Grande Mela le politiche di “destra” del sindaco Bloomberg hanno favorito la crescita e l’ordine pubblico, ma purtroppo allo scadere del suo mandato non ha trovato un degno successore. Gli elettori ne hanno inoltre voluto riequilibrare l’eredità attraverso un rafforzamento dei servizi sociali. Sta di fatto che Bloomberg ha reso New York enormemente competitiva, al punto che le imprese fanno a gara per trasferire le loro sedi nella Grande Mela. Ora i cittadini hanno optato per l’esperimento De Blasio, ma presto se ne potrebbero pentire.

 

(Pietro Vernizzi)

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