BILANCIO UE/ Borghi: coi suoi “trucchi” la Germania ha fregato l’Italia

- int. Claudio Borghi Aquilini

CLAUDIO BORGHI AQULINI ci spiega perché il congegno del bilancio Ue, nel prevedere che i Paesi contribuiscano in base alle proprie risorse economiche, è sbagliato in partenza

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Angela Merkel (Infophoto)

La classica montagna che ha partito un topolino: dopo 25 ore di contrattazioni, sono stati stanziati per il Bilancio Ue 2014-2020 960 miliardi di euro per gli impegni e 908 per i pagamenti effettivi. Una drastica riduzione rispetto al bilancio precedente relativo al periodo 2007-2013, quando furono stanziati, rispettivamente, 994 e 943 miliardi di euro. Tra i vari tagli effettuati, vanno segnalati quelli in innovazione, infrastrutture e ricerca: ammontano a 13,84 miliardi. Per quanto ci riguarda, il netto migliora di 500 milioni di euro all’anno, ma resta pur sempre negativo, passando, cioè, dai 4,5 miliardi nel periodo 2007-2011 a 4 miliardi per il 2014-2020. Claudio Borghi Aquilini, professore di Economia degli intermediari finanziari presso l’Università Cattolica di Milano, ci propone le sue valutazioni.

Dicono che per l’Italia sia stato un successo. Lei cosa ne pensa?

In realtà, continuiamo a essere contributori netti. Di per sé, una cosa vergognosa. Si tenga presente, infatti, che dall’inizio dell’euro, il surplus commerciale della Germania, che in un’ottica di area valutaria ottimale dovrebbe essere restituito, è stato pari a circa 1500 miliardi. Grosso modo, è stato pagato quasi interamente dai deficit dell’Europa periferica. Parliamo di un bilancio in cui, per quanto riguarda Italia, Spagna o Grecia neanche si dovrebbe neppure osare immaginare di poter essere in negativo.

Perché la Germania avrebbe ricevuto così tanti vantaggi dall’entrata nell’euro?

Con un surplus di 1500 miliardi in dieci anni, se avesse continuato ad avere la propria moneta, in così tanto tempo sarebbe stata costretta a rivalutarla. Il surplus, infatti, va finanziato in moneta corrente. E gli altri Paesi, per comprare i prodotti della Germania, avrebbero dovuto acquistare dei marchi, facendo saliere il prezzo dei cambi. A quel punto, i prodotti tedeschi sarebbero diventati meno convenienti, e il surplus sarebbe stato destinato a diminuire. Se, invece, si continua ad acquistare merce dalla Germania senza che la sua moneta si rivaluti, la sua competitività è destinata, virtualmente, ad aumentare all’infinito.

Perché l’Europa, in questa fase recessiva, taglia il bilancio e, soprattutto, in quelle voci relative proprio alla crescita?

Non c’è alternativa. Siccome vige il criterio proporzionale, i paesi di dimensioni economiche più grandi pagano di più. L’Italia, per esempio, nonostante sin qui abbia ricevuto meno di quanto abbia dato, dovrebbe dare ancora di più. Per contribuire alla realizzazione, magari, di una ferrovia in Danimarca. Si tratta, oltretutto, di soldi sottratti agli investimenti nazionali, destinati a un calderone di spese di cui sono ignote la finalità.  

 

Quindi?

Se volessimo realmente andare nella direzione di una maggiore integrazione, dovremmo compensare il fatto di non disporre degli aggiustamenti automatici derivanti dalla valuta aumentando significativamente il bilancio e ponendolo a carico di chi sta beneficiando dell’euro. Chi, invece, ne ha tratto svantaggi dovrebbe ricevere di più. La ridistribuzione interna dovrebbe operare secondo questa logica. In sostanza, si dovrebbe imporre alla Germania un pesante aggravio di contribuzione per trasferirla a paesi come la Grecia.

 

Cosa ne pensa, in particolare, della destinazione di 6 miliardi di euro alla lotta alla disoccupazione?

Guardi, la Germania, quando ha riformato il suo mercato nel 2001, rendendolo più competitivo, non appena entrata nell’euro, ha condotto un’aggressiva repressione dei salari e iniziato a licenziare, per abbassare le pretese di chi il lavoro lo aveva mantenuto. Contestualmente, ha iniziato a erogare sussidi di disoccupazione. Perché,  ovviamente, se si licenzia, ma non si concedono ammortizzatori, scoppia la rivoluzione. Tutto ciò gli è costato, in un periodo di crescita, il 10% del Pil. Da noi, equivarrebbe a circa 150 miliardi di euro. Una manovra impossibile da attuare, in ragione dell’ipersindacalizzazione del nostro mondo del lavoro e che fa comprendere come 6 miliardi siano una cifra irrisoria. 

 

(Paolo Nessi)

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