SCUOLA/ Iniziare a 5 anni? A tre si può già fare la “Divina Commedia”

- Manuela Cervi

Il ministro Giannini si è detta favorevole ad anticipare la suola di un anno, con ingresso a 5 anni. Le buone ragioni ci sono, ma non sono quelle che si leggono in giro. MANUELA CERVI

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Il ministro Giannini si è detta favorevole a una riforma dei cicli scolastici, che anticipi di un anno l’intero iter istruttivo (in Italia di 13 anni), portando ai 5 anni l’inizio della scolarizzazione e ai 18 il conseguimento del diploma. Ci adegueremmo così, senza dover limitare la scuola superiore a un quadriennio, alla metà circa dei Paesi europei, sebbene permanga ai 19 anni la conclusione dell’iter in Scozia (istituti professionali), Germania (liceo e alcune scuole professionali), Polonia, Danimarca, Slovenia, Slovacchia, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Finlandia e Svezia, dove però il percorso è di 12 anni, perché l’obbligo inizia ai 7.

È davvero utile anticipare la scolarizzazione ai 5 anni, come avviene in Inghilterra, Francia, Olanda, Malta e oltreoceano in India e Australia? Come possono alcuni Paesi come Brasile e Cuba anticiparla addirittura ai 4? E sarebbe una scelta in contrasto con quella che la posticipa ai 7, come avviene in Finlandia, Norvegia, Danimarca, Liechtenstein, Svizzera, San Marino, Estonia, Lettonia, Bosnia, Serbia e oltreoceano in Sudafrica?

Vediamo allora che cosa l’essere umano è capace di imparare entro i 7 anni, e sulla base di questo rispondere agli interrogativi posti da una riforma dei cicli, così come attuabile in Italia.

Un bambino può imparare con naturalezza (al di fuori di un programma di letto-scrittura) a leggere e a scrivere già a 4 anni. Un bambino italiano di 3 anni, che fino a quel momento abbia parlato solo la lingua italiana, nel momento in cui iniziasse a frequentare la scuola dell’infanzia negli Stati Uniti, dopo due settimane circa parlerebbe con naturalezza (senza che nessuno glie ne insegni la grammatica) anche l’inglese. I bambini comprendono perfettamente gli elementi pre-musicali come il suono e il ritmo, e quelli musicali come la melodia e l’armonia, ad esempio l’altezza del suono come frequenza e andamento sonoro o le caratteristiche di plasticità, rapidità, agogica e dinamica del ritmo, ecc. Allo stesso modo qualsiasi bambino è capace di sviluppare i fondamenti della concettualità scientifica attraverso schemi preconcettuali universali, che gli derivano dall’esperienza ch’egli fa del mondo attraverso il proprio corpo; strumenti di pensiero elementari che nulla hanno da invidiare agli strumenti concettuali della scienza, perché la differenza consiste unicamente nella loro successiva formalizzazione e sistematizzazione.

Una bambina di 3 anni è capace di ascoltare il racconto della Commedia dantesca ed esserne non a caso molto interessata. Quella stessa bambina a due anni citava a memoria interi paragrafi di Biancaneve nel testo originale dei fratelli Grimm.

Infatti è proprio entro i 7 anni che vengono poste le basi del ragionamento razionale nei suoi elementi costituitivi emergenti (ad esempio distinguere il focus informativo su cui è concentrata l’attenzione dal resto delle informazioni; mettere in sequenza o logica o cronologica gli eventi oppure i passaggi necessari per affrontare la soluzione di un problema; identificare la causa di un’azione al di là delle impressioni superficiali; fornire risposte precise e accurate, ecc.). Tutti elementi che inizieranno a configurare già a quest’età le prime capacità elaborative come la comparazione, la differenziazione, la classificazione, la seriazione. 

E a maggior ragione è proprio entro i 7 anni, che vengono poste tutte le basi del ragionamento affettivo, se già attorno ai 2 anni e mezzo il bambino arriva ad acquisire le due capacità, che definiscono l’uomo in quanto umano o persona: la percezione di un senso delle cose (di un bello, di un vero, di un giusto, di un amoroso, ecc.), e il senso morale, la percezione cioè di che cosa è bene e di che cosa è male, di chi è buono e di chi è cattivo. Per il bambino tutto è novità (curiosità); ha l’atteggiamento dell’esploratore (interesse); percepisce il mondo come un grande dono (meraviglia); si stupisce delle cose; è attento ai particolari perché ne percepisce la profondità, la magia (senso del mistero). Basti un dato: il bambino prova entusiasmo da 20 a 50 volte al giorno, e ogniqualvolta questo accade, vengono costruite nuove reti neurali (alla base dell’apprendimento) e consolidate e stabilizzate quelle già generate, che verranno attivate per la soluzione di un problema o il superamento di una nuova sfida. Il cervello, cioè, si sviluppa dove viene utilizzato con entusiasmo, e questo spiega perché i bambini − che sono molto più entusiasti di noi − imparano molto più rapidamente.

Da un lato il periodo che va dagli 0 ai 7 anni è il periodo della vita in cui un essere umano impara di più attraverso una modalità conoscitiva – certo − che è propria dell’infanzia. Eppure in Italia pochissimi ne sono consapevoli, e così la scuola dell’infanzia viene declassata al periodo pre-scolare. D’altro canto la capacità d’apprendimento e la maturazione personale vengono fatte coincidere con la scolarizzazione, che nella quasi totalità dei casi implica la formalizzazione del sapere e percorsi istruttivi obbligati.

La prassi di Brasile e Cuba (anticipo della scolarizzazione ai 4 anni) potrebbe non essere in opposizione a quella di Finlandia e Norvegia (posticipo della scolarizzazione ai 7), nel caso in cui le prime due garantissero ai 4 anni in maniera informale ad esempio le capacità di letto-scrittura, e le ultime due garantissero entro i 7 anni percorsi non formali d’apprendimento e conoscenza. 

Così come i comprovati effetti negativi in termini di risultati scolastici e di crescita personale sarebbero da imputare ugualmente a un’anticipata scolarizzazione ai 4 anni come a un posticipato apprendimento ai 7. Il problema non è costituito dall’anticipo o dal posticipo dell’iter istruttivo, ma da che cosa si intende per istruzione. Nessuno studio ha finora dimostrato che la scolarizzazione precoce favorisce il successo dell’apprendimento e della crescita; semmai i risultati sono uguali nei casi migliori, e in molti casi si ottiene l’effetto contrario, compromettendo la crescita armonica della persona e della sua capacità d’imparare. E d’altro canto si otterrebbe un’irrecuperabile compromissione e dell’apprendimento e della crescita anche con una deprivazione culturale protratta fino ai 7 anni, che pregiudicherebbe l’intero sviluppo successivo.

La soluzione esiste: consiste in una ragione che, allargandosi oltre i confini elaborativi e astrattivi della razionalità (unicamente sui quali è oggi attestata la scuola italiana, eccettuati pochissimi casi), sviluppi progressivamente nel tempo tutte le modalità operative, che sono implicate nella propria capacità di conoscenza della realtà e di maturazione dell’intera persona, e che hanno caratteristiche specifiche in ogni fase della crescita. Esemplificando in maniera un po’ semplicistica: se non leggo Dante ai bambini di 3 anni, non lo leggeranno neanche quando ne avranno 16, anche se obbligati; ma leggere Dante ai 3 anni è completamente diverso che leggerlo ai 16, e io, docente, devo poter sapere come leggerlo ai 3 e come leggerlo ai 16, o come riprenderlo tra i 3 e i 16.

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