SCENARI/ E adesso chi sgombra (e paga) i cocci del “secolo americano”?

- Carl Larky

La problematica presidenza di Trump è forse una fase di transizione in vista di un nuovo ordine mondiale sotto guida Usa

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Donald Trump e il segretario di Stato Mike Pompeo (LaPresse)

“Chi rompe paga e i cocci sono suoi”: questo vecchio detto potrebbe assurgere a motto dell’attuale politica estera statunitense, peraltro con qualche adattamento, viste le ripetute dichiarazioni di Donald Trump sugli Stati Uniti non disposti a pagare da soli i danni provocati. E’ la sua posizione sulla Nato, con le accuse agli alleati per il loro scarso contributo alle spese della difesa comune. Anche il minacciato ritiro delle truppe americane dalla Siria e dall’Afghanistan, dietro la fasulla affermazione dei due Paesi ormai “pacificati”, nascondeva il più realistico rifiuto di continuare a spendere soldi dei contribuenti americani in situazioni diventate insostenibili. E ad Afghanistan e Siria si possono aggiungere anche Iraq e Libia.

Anche la seconda parte del detto va modificata: gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di tenersi i cocci causati dai loro interventi. Il comportamento spesso sopra le righe e contraddittorio di Trump lascia perplessi, trattandosi comunque del capo della maggiore potenza mondiale, e altrettanto perplessi lascia il fatto che sia sotto costante ricatto di impeachment per reati che vanno dall’evasione fiscale all’alto tradimento. Il che fornisce qualche credito all’ipotesi che l’ascesa alla presidenza di Trump sia stata permessa, o addirittura favorita, dai poteri che contano: Wall Street, Deep State, establishment, grandi finanziarie e via dicendo.

Trump starebbe quindi facendo, coscientemente o meno, il lavoro sporco necessario perché gli Stati Uniti possano imporre un loro nuovo “ordine mondiale”, che non sarà certamente lui a governare. E’ ormai opinione diffusa che il cosiddetto “secolo americano” si sia concluso anzitempo e in modo non positivo, lasciando molti cocci e conti da pagare, secondo il detto iniziale. Gli Stati Uniti non hanno certamente rinunciato al ruolo di potenza dominante, ma è finita l’illusione di essere rimasti, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’unica potenza globale. Ne consegue un difficile periodo di transizione con la revisione di molte delle vecchie strategie, senza però ammettere esplicitamente i propri fallimenti. Ecco, quindi, il ruolo di “ripulitore” attribuito a Trump che, con i suoi tratti caratteriali, si presta molto bene anche al ruolo di capro espiatore.

Quale può essere però il “nuovo ordine mondiale” a conduzione americana? Qui la questione si fa decisamente complessa. Prendiamo la già citata Nato, organizzazione resa di per sé ridondante dalla dissoluzione dell’Urss e che si era attribuita come nuovo scopo la lotta al terrorismo. Questa “nuova” Nato aveva inizialmente associato la Russia, ritenuta ormai impotente, ma con l’avvento di Putin la Russia ha ricominciato a giocare un ruolo geopolitico importante e indipendente. Lo scopo dichiarato della Nato è quindi ritornato a essere la contrapposizione a Mosca, ridiventata il nemico numero uno. I problemi del Patto Atlantico, tuttavia, non si limitano alla Russia, basti pensare alla crisi causata dalla deriva islamista della Turchia di Erdogan, come bene illustrato nell’intervista al generale Morabito sul Sussidiario.

Ancor più essenziale, ed esiziale, si presenta lo scontro con la Cina, avversario ben più determinato e pericoloso della Russia di Putin e il cui espansionismo è anche frutto di errori di valutazione delle precedenti amministrazioni americane. Nell’ottica di unica potenza rimasta, Washington ha creduto possibile relegare Pechino al ruolo di macchina economica, utile con i suoi bassi costi di produzione alla crescita anche dell’economia americana. Da qui quel patto non tanto nascosto per cui la Cina si imbottiva di titoli di Stato americani e in cambio esportava quantità decisamente consistenti di prodotti a basso prezzo. Come nel caso della Russia, una considerazione minima della storia passata avrebbe reso evidente come la Cina non si sarebbe rassegnata al ruolo attribuitole dagli Stati Uniti.

Si potrebbe perciò concludere che siamo di fronte alla riproposizione dello schema della Guerra fredda, con gli Usa contrapposti di nuovo a Russia e Cina, ma il quadro è ben più complicato e presenta una serie di nuovi protagonisti. Si pensi per esempio all’India, a suo tempo Paese “non allineato”, definizione attribuita a quegli Stati che non appoggiavano apertamente nessuno dei due blocchi. L’India sembra ora decisa a giocare un ruolo determinante almeno nella sua regione, forte di una popolazione che ha ormai quasi raggiunto quella della Cina. Non a caso è al centro di una serie di pericolose dispute territoriali con il Pakistan e con la stessa Cina.

A complicare ancor di più la situazione è il diverso ruolo ora svolto dal mondo islamico. Durante la Guerra fredda, i Paesi musulmani erano sostanzialmente schierati con uno dei due blocchi. La Turchia laica, l’Iran degli scià, la moderata Indonesia e, per converso, la wahabita Arabia Saudita schierati con l’Occidente, mentre Egitto, Siria e Iraq, governati da regimi militari improntati al socialismo, fiancheggiavano l’Unione Sovietica. L’Afghanistan già allora era dilaniato dalle guerre prima contro l’Unione Sovietica, poi contro gli Stati Uniti, guerre che hanno radicalizzato le divisioni in un Paese fino allora tenuto unito da una monarchia, agli occhi occidentali, di tipo tribale. La stessa tipologia di monarchia che aveva tenuto insieme Paesi come la Libia.

Per molti di questi Paesi sembra ora esistere solo l’alternativa tra un regime militare, laico e nazionalista, e un regime confessionale, più o meno rigido, con la costante minaccia di regimi come quelli sostenuti da Isis o al Qaeda. Stati Uniti e Unione Europea non sembrano in grado di proporre concrete alternative più ragionevoli e ciò è particolarmente grave per i Paesi europei, in cui sono sempre più presenti forti minoranze islamiche. Tanto più che la stessa Ue è in preda a fortissime tensioni interne.

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