IMMUNI/ Il Colombre di Buzzati mette già in crisi la App

- Mauro Leonardi

L’app Immuni potrebbe comportare il rischio di nascondere la nostra paura di incontrare l’altro con tutti i rischi che ciò comporta.

Uno smartphone
Uno smartphone (Pixabay, 2019)

Ancora non è ben chiaro come funzioni la app Immuni. Si legge che da ieri è attivo il tracciamento sperimentale e che da lunedì andrà a regime in quattro regioni. In realtà le cose non dovrebbero stare esattamente così, perché in questo modo ci sarebbero evidenti problemi di privacy. I nostri spostamenti, in realtà, non vengono “tracciati”, ma, attraverso la tecnologia bluetooth, i cellulari di chi avrà scaricato la app “parleranno” con i loro simili che si trovano a una distanza inferiore a quella dei due metri, comunicandosi dei codici. Quando uno dei possessori del cellulare riterrà di aver dei sintomi per cui è possibile o probabile che sia affetto da coronavirus, comunicherà questa notizia all’Autorità Sanitaria. Essa, a propria volta intercetterà la striscia dei codici generati per cui, il titolare del cellulare saprà di essere stato in contatto con un possibile malato. A quel punto, chi ha ricevuto l’informazione dovrebbe mettersi in quarantena: e tutto ciò al fine non di tutelare se stesso ma gli altri.

Insomma, a quanto pare di capire, chi userà l’app Immuni, compirà un’azione per la quale, pensando di proteggere la propria salute, in realtà proteggerà quella degli altri. Se infatti io ipotizzassi di essere entrato in contatto con un malato potrei anche dire a me stesso: continuerò la mia vita come sempre e, se fossi contagiato, prima o poi si vedrà. In tal modo darei luogo a due possibili scenari: nel primo, se fossi sano, non accadrebbe nulla; nel secondo, se fossi stato contagiato, avrei nel frattempo potuto contagiare tantissimi altri.
La app Immuni, quindi, non genera alcun problema di privacy perché non c’è nessun algoritmo che ricostruisce i nostri movimenti: quello, al limite, lo farà l’Autorità Sanitaria con tutti i segreti professionali del caso, come dovrebbe fare in ogni caso. Il vero problema che genera la app è quello della coscienza: chi avrà la forza, dopo tre mesi di lockdown, di rimettersi a fare due settimane di quarantena solo perché esiste la possibilità, non la certezza, di essere malati e quindi di contagiare altri? Oltretutto dobbiamo tener presenti che rimangono in vigore le cautele attuali: la mascherina, il distanziamento, e così via. Cioè, se dovessi sapere che quando sono andato a comprare lo shampoo una delle persone che era vicino a me, forse era malata, potrei sempre dire a me stesso: ma io avevo la mascherina e stavo distante, quindi non mi avrà contagiato nessuno.

Aggiungo che la app è libera, la scarica chi vuole, ovvero, se sarà come io l’ho raccontata, solo chi è disposto a decidere di stare in quarantena 15 giorni per proteggere gli altri. Si era ventilato che ci sarebbe stato qualche forma di “facilitazione” da parte del Governo nel scaricarla. Qualcosa del tipo: chi non ha la app non può andare in certi locali, luoghi, avrà gli spostamenti limitati. Ma così non sarà. E quindi la app sarà usata solo da chi è dotato di un altissimo senso di responsabilità verso gli altri.

Una delle frasi più ripetute in questi mesi è stata “nulla sarà più come prima”, ma io non penso sarà così. Io credo che, magari dopo un primo entusiasmo, la app sarà utilizzata da pochissimi. Chiamiamola irresponsabilità, ma vedo negli italiani un’enorme voglia di relazione, anche se gestita nella grandissima maggioranza dei casi con la dovuta prudenza. Mi torna in mente il notissimo racconto del Colombre di Dino Buzzati. L’autore immagina che Stefano, un giovane marinaio, avvisti il Colombre, un pesce mitologico visibile solo a coloro da lui sono scelti perché, secondo la leggenda, vorrebbe dare loro la morte. In realtà, il pesce è portatore di un buon messaggio, di un dono, e Stefano lo scopre solo in punto di morte: si teme la relazione, ma essa in realtà contiene un dono.

Ecco l’app Immuni potrebbe comportare il rischio di nascondere la nostra paura di incontrare l’altro con tutti i rischi che ciò comporta. Ma incontrare l’altro è l’unica possibilità di incontrare noi stessi. Credo che se ne esca non inventando nuove app, ma formando alla responsabilità e alla cultura scientifica. Se non educhiamo le persone alla corretta informazione medico-scientifica e al rispetto dell’altro senza bisogno di controlli o app, credo sia inutile qualsiasi strategia informatica. Se invece investissimo in formazione e responsabilità anche la app Immuni potrebbe essere un ausilio. Soprattutto se, magari in autunno, dovesse proporsi il rischio di una seconda ondata di epidemia.

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