LAVORO E COVID/ Il prezzo pagato dai giovani che nessuno ristora

- Daniel Zanda

Dal punto di vista sociale si può affermare che il prezzo più alto della crisi determinata dalla pandemia lo stanno pagando e lo pagheranno i giovani

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Lapresse

L’attuale crisi pandemica sta avendo un impatto devastante sul mercato del lavoro. Molti provvedimenti adottati nell’ultimo anno, hanno cercato di “ristorare” (uno dei termini che abbiamo dovuto aggiungere al nostro glossario) dal punto di vista economico e retributivo: pensiamo ai bonus di 600 euro (poi passati a 1.000), erogati per diverse categorie, i contributi a fondo perduto, l’assegno ordinario Covid e cassa integrazione in deroga (legati al blocco dei licenziamenti), tutte misure che hanno tentato di garantire il salario e al tempo stesso difendere l’occupazione.

C’è però da sottolineare che la crisi economica non ha colpito tutti allo stesso modo. Come dal punto di vista sanitario la pandemia ha fatto un maggior numero di vittime colpendo una particolare porzione della popolazione, così dal punto di vista sociale si può affermare che il prezzo più alto lo stanno pagando e lo pagheranno i giovani, per almeno tre ordini di ragioni.

Il primo, sicuramente, riguarda il lavoro. Buona parte dei giovani, a motivo dei contratti più diffusi tra questi, non sono stati tra i beneficiari del blocco dei licenziamenti e solo marginalmente sono stati coperti della cassa integrazione. Guardando alle tipologie contrattuali più diffuse nella fascia giovanile, nel secondo trimestre del 2020 i tirocini extracurriculari (ovvero quelli attivati al di fuori del percorso scolastico/accademico) sono calati del 73% passando da 100.433 a 27.024; a ottobre 2020 sono stati calcolati 380.000 contratti a tempo determinato in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Anche le prestazioni occasionali sono calate tra il 2020 e il 2019.

Un altro dato negativo è anche l’incremento in valore assoluto della disoccupazione e in particolare di quella di durata superiore ai 12 mesi. La disoccupazione di lungo periodo rappresenta il bacino “privilegiato” verso l’inattività, ovvero il passaggio da non avere un lavoro ma cercarlo attivamente (disoccupazione) a non avere un lavoro ed essere talmente scoraggiato da non volerlo nemmeno più cercare (inattività).

Riporto questi dati perché quella sopra richiamata è una parte significativa se non prevalente del mercato del lavoro dei giovani. Quei giovani che magari a febbraio dello scorso anno, dopo mesi di ricerca, erano riusciti a ottenere un lavoro e a causa della pandemia si sono visti interrompere il tirocinio o scadere il contratto a tempo determinato, senza la possibilità di nuove e ulteriori opportunità. In questo caso il blocco dei licenziamenti (certamente necessario per una tenuta sociale complessiva in quanto sono assenti altri strumenti di politica attiva e accompagnamento alla ricollocazione e al lavoro) non aiuta i giovani, perché irrigidisce il mercato e non offre lo spazio per quella riconversione occupazionale che anche la pandemia sta accelerando.

Il secondo aspetto da sottolineare è quello educativo. I giovani stanno pagando oggi un prezzo altissimo dal punto di vista dell’educazione, non solo sotto il profilo dell’apprendimento delle nozioni legato al sistema scolastico. Il termine educazione, infatti, implica una serie di concetti. Sicuramente il primo è l’istruzione in senso stretto, ovvero il possedere una cultura di base, ma c’è anche la difficoltà a fare proprio un metodo di apprendimento, lo studiare insieme, il rapporto che si instaura con gli insegnanti. Questi fattori, depotenziati dalla pandemia, non hanno un impatto solo nella fase scolastica, ma hanno inevitabilmente delle ripercussioni anche sulla vita lavorativa, dal momento che nel mondo del lavoro oggi è indispensabile avere un metodo di apprendimento permanente, in grado di rendere la persona competente e occupabile lungo tutto l’arco della propria vita. Educazione vuol dire anche vivere da adulti dentro nella società e questa possibilità per tanti dei nostri ragazzi è stata indebolita a causa della pandemia e delle limitazioni che essa ha comportato.

Terzo e ultimo aspetto è l’elevato indebitamento. A prescindere dalla necessità di finanziare determinati interventi, tutto il debito che il Paese sta contraendo, seppur a condizioni agevolate, lo pagheranno prevalentemente i giovani. Con questo non voglio assolutamente dire che non dobbiamo utilizzare le straordinarie risorse messe a disposizione in questo momento, ma anzi, proprio perché lo scotto di questi interventi lo pagheranno i giovani, ritengo che buona parte degli investimenti programmati debbano andare a beneficio delle giovani generazioni. Credo che il minimo dovrebbe essere, ad esempio, garantire nella logica della solidarietà intergenerazionale, la sostenibilità sociale e finanziaria a lungo termine del sistema previdenziale: questo vuol dire concretamente un patto generazionale. In sintesi, se oggi io mi indebito e lo faccio sulle spalle delle giovani generazioni, devo quantomeno garantire la sostenibilità di alcuni importanti pilastri che caratterizzano uno stato sociale moderno.

La situazione dei giovani non è poi tutta riconducibile ovviamente allo scenario descritto, abbiamo ragazzi che nonostante tutto “riescono” perché hanno alle spalle una famiglia e delle reti sociali solide, perché possiedono dei talenti, sono proattivi verso la realtà. Ciò non toglie che la situazione è drammatica, e la crisi ha già divaricato le disuguaglianze. Quella di contribuire a venire in soccorso a un’intera generazione deve essere una priorità non più procrastinabile per i “costruttori” del nostro tempo, ma anche più semplicemente, per tutti gli uomini e le donne di buona volontà.



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