PÉGUY E LA RIAPERTURA/ Quei nostri corpi che attendono di “risorgere”

- Emilia Guarnieri

Tanto della vita ci manca. Decine di collegamenti streaming hanno sostituito il contatto fisico, ma un vero inizio non sarà mai virtuale

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Coronavirus a Milano (LaPresse)

“Ecco quello che gli angeli non conoscono. Voglio dire ecco quello che non hanno provato. Cosa sia avere questo corpo; avere questo legame con questo corpo; essere questo corpo. Sono puri spiriti, non sono carnali. Non sanno che sia avere un corpo, essere un corpo”. In questi tempi il rapporto con il corpo, con i nostri corpi, è drammatico. È per questo che con facilità balena nel cuore l’appassionata carnalità dei versi di Péguy. Di corpi ne abbiamo visti tanti, troppi. Corpi malati, minacciati, contagiati, isolati, trasportati nelle ambulanze, nelle bare, sui camion. Corpi che vorremmo vedere risanati, non più minacciati, non più distanziati, impauriti gli uni degli altri. Sono i corpi che oggi ci fanno soffrire, ma di cui mai vorremmo sbarazzarci, perché la nostra umanità, la percezione dei nostri desideri, lo stupore di fronte alla realtà, li abbiamo imparati a conoscere attraverso quella “povera creatura carnale” che è ognuno di noi.

Gli angeli, prosegue Péguy, “non conoscono questo legame misterioso, questo legame creato, infinitamente misterioso, dell’anima e del corpo. Perché Dio non ha creato soltanto l’anima e il corpo. Ma ha creato anche questo vincolo misterioso, questo attaccamento, questo legame del corpo e dell’anima, di uno spirito e di una materia”. Oggi proprio i nostri corpi sono diventati un pericolo, un fattore di rischio. Siamo costretti a distanziarli, coprirli, sanificarli. Dobbiamo ringraziare la tecnologia che ci ha permesso di continuare a comunicare, a lavorare, a progettare, a fare lezione. Tante attività non si sono fermate grazie allo smart working. Ma tanto della vita ci manca. Decine di piattaforme informatiche e di collegamenti streaming hanno sostituito la corporeità, il contatto fisico, l’abbraccio, la riunione intorno a un tavolo, la colazione con gli amici, la lezione in classe, la conferenza con la gente davanti, la Messa con il popolo. 

E così ci manca l’emozione provocata da un gesto, la vibrazione di uno sguardo, il profumo condiviso di una pizza calda, ci manca l’imprevisto di una reazione che non puoi nascondere con un clic, il gusto di incrociare gli occhi, l’affetto scambiato in un abbraccio. Oggi va bene così, ma non è uguale! Non possiamo scordarcelo. Dobbiamo conservare il desiderio di “fare” e di “essere” insieme. Ci sarà (forse già c’è) la tentazione di pensare che una call è più semplice di una riunione di lavoro, che lo smart working riduce i tempi, che “da casa” è più comodo, che le lezioni on line sono altrettanto efficaci che il lavoro in classe.

Oggi si sta provando ad immaginare il dopo, la fase 2. L’economia e la produzione devono ripartire. Ma anche la convivenza deve ripartire in tutte le sue dimensioni. Gli uomini devono poter tornare ad incontrarsi, a guardarsi negli occhi, a discutere l’uno di fronte all’altro, a educare e fare scuola dal vivo. Questa carnalità ci manca. Vorremmo che chi oggi sta pensando alla fase 2 la considerasse tra le priorità. Le grandi cose si sono sempre fatte coinvolgendosi in incontri umani, in amicizie condivise, in una concretezza anche di corpi. Anche Dio per salvare il mondo ha preso un corpo, ha accettato di morire, di finire in un sepolcro, ma poi è risorto ed è rimasto presente nel mondo. È questo Dio presente nella storia che dà speranza anche alla nostra corporeità.

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