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Home » Cronaca » POLEMICHE/ Cadorna, la Grande Guerra è finita ma intorno a lui continua ancora

  • Cronaca
  • Storia

POLEMICHE/ Cadorna, la Grande Guerra è finita ma intorno a lui continua ancora

Marco Zacchera
Pubblicato 23 Novembre 2024
primaguerramondiale_alpini_web

Alpini italiani durante la prima guerra mondiale (Foto dal web)

Il professor Marco Mondini è stato condannato a risarcire il nipote del generale Cadorna (1850-1928), per avere scritto che aveva un’amante

“E il general Cadorna ha scritto alla regina: ‘Se vuoi veder Trieste te la mando in cartolina!’ Bom bom bom, sotto il rombo del cannon…”

Cantavano così, amaramente, i fanti sul Carso nei primi mesi di guerra, quando Trieste sembrava vicina ma irraggiungibile e in trincea cominciavano i mugugni e le proteste contro il “Generalissimo” che mandava invano ondate di gente all’assalto sul fronte dell’Isonzo.


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Incredibile che oltre un secolo più tardi ci si accapigli ancora sulla figura del generale Luigi Cadorna, comandante in capo dell’esercito italiano durante la prima guerra mondiale. È di ieri la notizia che un pronipote del generale, il colonnello Carlo Cadorna, ha vinto una causa risarcitoria a tutela della memoria del suo avo ai danni dello storico Marco Mondini in un processo da lui intentato al professore avendo visto gli estremi della diffamazione in un suo scritto.


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D’altronde ad oltre un secolo dalla fine della prima guerra mondiale la figura di Cadorna è ancora controversa. Destituito dopo Caporetto, riabilitato dal fascismo, criticato dai posteri, Luigi Cadorna ha raccolto amore ed odio e di lui si parla ancora – a seconda delle versioni – dipingendolo come il capro espiatorio di una battaglia perduta non per colpa sua, o invece come “il macellaio” che portò alla morte decine di migliaia di soldati in inutili e ripetuti assalti.

Gli stessi storici sono divisi, anche se la recente pubblicazione degli archivi segreti austriaci del tempo ha portato a scoprire che effettivamente un’ultima “spallata” sul Carso forse sarebbe bastata già nel 1916 a frantumare un esercito asburgico che non aveva più linee di difesa alle spalle del fronte e che nel ’17 si salvò e contrattaccò solo grazie ai rinforzi tedeschi segretamente giunti per l’offensiva di ottobre che porto gli austriaci fino al Piave.


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La disfatta di Caporetto fu dovuta probabilmente più alle scelte scriteriate dei generali Badoglio e Capello che non agli ordini di Cadorna, mentre per altri Cadorna era invece un ottuso generale della vecchia scuola, quella nata nelle scuole di guerra di fine Ottocento e superata dalle nuove armi e da una guerra di trincea che travolse i concetti militari di soli pochi decenni prima. In effetti mitragliatrici, reticolati e trincee non erano previsti dai manuali e solo in Germania si sviluppò una rilettura più moderna della strategia di guerra, perfettamente interpretata nel ’17 dall’allora giovane capitano Erwin Rommel che – proprio a Caporetto – agendo di propria iniziativa (cosa inaudita nell’esercito italiano) prese d’infilata le divisioni italiane rimaste senza ordini.

Dopo la disfatta, Luigi Cadorna – salvo pochi difensori d’ufficio – non godette mai di “buona stampa” ed era giudicato un personaggio duro con gli altri come con sé stesso, vittima di un’educazione severa, bigotta, chiusa e diffidente. Un Cadorna che non dava familiarità a nessuno, che dormiva su un lettino da campo rifiutando i lussi del comando, giudice severo di sé stesso e che concepiva l’esercito come una grande piramide dove i sottoposti dovevano obbedire e basta, con assoluto divieto di pensare.

Non entriamo nel merito del recente episodio giudiziario (anche se è difficile pensare che Cadorna avesse davvero un’amante), certo subì per tutta la vita l’influenza di quell’educazione rigida e spartana, severa e condizionante. Fu “generalissimo” per caso dopo l’improvvisa morte del generale Alberto Pollio che morì d’infarto solo pochi mesi prima della guerra. Cadorna osteggiò sempre (ampiamente ricambiato) la politica romana, i “sovversivi”, i socialisti, le beghe di palazzo. Odiato a Roma salvo che dal sovrano, Cadorna seppe solo con drammatico ritardo che l’Italia si sarebbe schierata con gli alleati della Triplice Intesa (il governo Salandra non si fidava di lui) e dovette organizzare la mobilitazione generale in pochi giorni – nel maggio del ’15 – in una situazione organizzativa assurda. Lui, intanto, si autodisciplinava come l’ultimo dei fanti, vittima anche di una sua cultura religiosa estremamente severa.

Morì nel 1928 restituito dal fascismo ad una gloria postuma quanto effimera, in un tempo dove non c’era posto per qualunque ricordo di sconfitte in nome di un’Italia comunque vincitrice. Commissioni di inchiesta, memoriali e contromemoriali si contraddicono spesso e la polemica storica resta ancora d’attualità. Intanto il pronipote Carlo insiste e ha recentemente querelato anche la sindaco di Specchia (Lecce), Anna Laura Remigi, che su Fb ha definito il generale “macellaio, povero idiota, sanguinario”, paragonandolo a Jack lo squartatore. Processo a marzo, si ricomincia.

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