RENZO BOSSI/ Il figlio del “senatùr” è il nuovo responsabile media della Lega

- La Redazione

Renzo Bossi reponsabile media della Lega

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Renzo Bossi, foto Ansa

Renzo Bossi, figlio dell’Umberto, per molti semplicemente “il trota”, è il nuovo responsabile media della Lega: si occuperà di La Padania, Radio Padania Libera e Tele Padania. Ma chi è veramente il giovane Renzo? Da lunedì 21 febbraio Renzo Bossi è il nuovo responsabile del coordinamento dei media della Lega: La Padania, Radio Padania Libera e Tele Padania. Un ruolo importante.

A nominarlo sarebbe stato lo stesso padre Umberto su proposta di Roberto Calderoli, al posto del sottosegretario agli Esteri Stefano Stefani. In realtà, più che una promozione per Renzo Bossi, si tratterebbe diurna punizione per lo stesso Stefani, dopo “l’affare” del programma di Lucia Annunziata, “In Mezz’ora”. Quando, cioè, la Lega aveva annunciato la propria presenza, per poi fare marcia indietro per motivi che nessuno ha ben capito. Il programma dove va tenersi in diretta dagli studi di Radio Padania Libera.

Renzo Bossi è figlio di seconde nozze del padre Umberto risposatosi con Manuela Marrone, dopo la separazione dalla prima moglie Gigliola Guidali. Dalla seconda moglie, Umberto Bossi ha avuto tre figli: Eridano Sirio, Roberto Libertà e Renzo. All’ultimo gemito è stato affibbiato il soprannome di “il trota”: è lo stesso padre a darglielo quando, durante un’intervista, gli chiedono se Renzo sia il suo delfino. I maligni dicono che il soprannome sia meritato anche per l’espressione un po’ sonnolento del giovane. Una carriera fulminea, quella di Renzo, degna però più che di una trota, proprio di un delfino. In effetti, lui stesso quando parla della sua adolescenza, si definisce un po’ un delfino: “Mio padre è sempre stato un modello. Quando lo vedevi passare a Gemonio, dietro c’ero sempre io con le mani in tasca”.

Renzo è il più giovane consigliere regionale mai eletto in Lombardia: nel 2010, a 22 anni di età, ottiene 13mila preferenze in provincia di Brescia. Da subito, viene criticato per le poche capacità politiche, definito una sorta di raccomandato a 12mila euro di stipendio al mese. Lui non ci sta: “Ho deciso io di candidarmi e so che dovrò dimostrare il doppio proprio per il cognome che porto. Ma volevo finalmente mostrare chi sono davvero ed è per questo che sono sceso in politica”.

A chi lo chiama un “ignorante pluribocciato” lui risponde: “Mi hanno bocciato due volte. La prima avevo 15 anni ed era il periodo della malattia di mio padre (colpito da un ictus nel 2004, ndr). Ero confuso, stordito. La seconda è stata alla maturità nel 2008. Il mio esame era viziato: la prova di matematica era diversa da quella degli altri. Infatti ho fatto ricorso al Tar e ho vinto.. La scuola mi ha consentito di ridare l’esame orale da privatista ma era ovvio che a quel punto volevano bocciarmi: sono andato demotivato”.

Adesso dice di essere iscritto all’università, ma all’estero, perché in Italia ha paura di trovare i giornalisti in aula quando fa gli esami. Qualcuno ha provato a scoprire quale università estera frequenti il giovane, ma senza successo. Del super stipendio da 12mila euro, dice che “non è vero. Non ho a che fare con questo osservatorio sull’Expo di cui si dice”.

“Nella vita bisogna provare tutto, tranne i culattoni e la droga”. E’ la frase più famosa di diverse pronunciate da Renzo Bossi, segno che qualcosa del dna del padre l’ha sicuramente ereditato, e cioè le frasi esplicite e dirette. Non è l’unica. Durante gli ultimi mondiali in Sudafrica, ammise di non tifare Italia perché “il tricolore identifica un sentimento di cinquant’anni fa”. Si ritrovò addosso le critiche di tutta Italia, dal calciatore del nazionale Cannavaro allo stesso padre Umberto.

Qualcuno poi, facendo due conti, si chiese anche quale significato nascondesse il 1960, cioè cinquant’anni fa come aveva detto lui,. A proposito di musica, dice di non ascoltare quella napoletana “perché è una lingua che non capisco. Non sono mai sceso a sud di Roma”. Politicamente, si è distinto per un tentativo di proposta di legge, sponsorizzato così: “Crocifissi obbligatori in tutti gli uffici lombardi”. La proposta di legge che poi non è passata, era stata illustrata così: “Ogni ufficio, ogni sede, ogni locale della Regione Lombardia abbia un crocifisso o un’altra immagine simbolo della religione cattolica. In un momento in cui l’identità dei popoli è minacciata da integralismi e globalizzazione, il crocifisso rappresenta un simbolo tradizionale europeo, andando al di là del semplice valore religioso”.

Ma a qualcuno più che le frasi un po’ naif non è andato giù il videogame a contenuto razzista che era stato lanciato sulla pagina Facebook del aLega. Titolo: “Rimbalza il clandestino”. Lui ha respinto ogni accusa di ideazione del giochino: “Non l’ho pensato Nè creato io. Come tutti però sono andato a vedere di che cosa si trattava e onestamente non ci ho trovato nulla di razzista” ha detto. “C’è la cartina d’Italia e quando arriva una barca di clandestini cliccando sulla costa puoi mettere una rete che lo rimbalzi. Non spari mica”.

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