STATO-MAFIA/ Il dilemma di Travaglio e dei professionisti del complotto

- int. Salvatore Sechi

Per SALVATORE SECHI, se si separano i fatti dalle illazioni e dall’abitudine di rintracciare complotti ovunque, la questione della trattativa Stato-mafia si chiarirà da sé

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Bernardo Provenzano (Foto InfoPhoto)

Qual è realmente il terreno del contendere, la posta in gioco nella polemica furiosa, a testa bassa, scatenata da Marco Travaglio e da Antonio Di Pietro contro il comportamento dell’ex ministro Nicola Mancino e dello stesso capo dello Stato Giorgio Napolitano sulla trattativa Stato–mafia del 1992-1993? Per il Fatto Quotidiano non è la ragion di stato, ma la “ragion di chiappe”. In altre parole, tutto si ridurrebbe alla volontà dell’ex ministro dell’Interno e vice-presidente del Consiglio Superiore della Magistratura di non finire indagato per falsa testimonianza e reticenza nella lunga indagine dei tre processi in corso sui benefici accordati alla criminalità mafiosa nell’illusione che, con un carcere meno duro, mettesse fine a stragi e violenze. Se si separano i fatti dalle illazioni e dall’abitudine di rintracciare complotti anche nelle bolle di sapone, si vede subito che le cose non sono di candore limpidissimo, ma neanche un vaso di veleni e zozzerie di “lorsignori”, come Travaglio ama dipingerle.

In realtà il problema che attanaglia Mancino, il consigliere giuridico di Napolitano Loris D’Ambrosio e lo stesso presidente della Repubblica è lo stesso che Travaglio ha più volte denunciato e ora bizzarramente mette sotto chiave per demonizzare l’ex ministro e il vertice delle istituzioni. Si chiama sfarinamento, deriva dell’amministrazione giudiziaria e ricerca dei modi per contenerla, se non arginarla. In concreto, si è voluto evitare che su una questione spinosa e drammatica come la cd trattativa tra Stato e mafia all’inizio degli anni Novanta, potessero delinearsi tanti giudizi diversi, se non opposti, quanti sono gli organi dello Stato che se ne occupano. Mi riferisco alle procure della repubblica di Caltanisetta, Firenze e Palermo, ma anche anche alla Commissione parlamentare anti-mafia presieduta dal senatore Giuseppe Pisanu.

In quale paese, se non di mediocre civiltà, può avere luogo lo spettacolo di un obiettivo comune (accertare se davvero ci fu uno scambio di favori -abbassare il rigore del carcere per gli uomini di Provenzano e Riina- contro le speranze dello Stato di vedere cessare, o ridurre, lo spargimento di sangue e il ricorso alla violenza più efferata) trasformato in uno sfilatino, segmentato e quasi appaltato ad apparati giudiziari e parlamentari indipendenti uno dall’altro?

E’ indispensabile, dunque, un’azione di coordinamento delle indagini per assicurare una sentenza con un minimo di uniformità, lasciando ai diversi gradi di giudizio previsti dal nostro ordinamento ulteriori verifiche e valutazioni. Non era casuale, e non aveva torto il Pubblico ministero Nino Di Matteo, quando il 24 febbraio scorso nel processo contro il generale dei carabinieri Mario Mori, proprio dopo la deposizione di Mancino dichiarò: ”Emergono evidenti contraddizioni tra diversi esponenti delle istituzioni, riferiscono cose diverse, quindi qualcuno mente”.

 

La stessa impressione hanno ricavato i membri della Commissione parlamentare anti-mafia dopo avere ascoltato le deposizioni degli ex ministri Conso, Martelli, Scotti, Mancino ecc. e di alti funzionari come Adalberto Capriotti, Nicolo’ Amato, il generale Tavormina ecc. Quale spettacolo, se non quello della fine della Repubblica, avrebbe dato la richiesta, che si profilava, di un confronto, un imbarazzantissimo faccia a faccia, con eventuali cornate, tra i due ex inquilini del Viminale e quello della Giustizia? La gente pensa precisamente le cose citate da Mancino nelle sue conversazioni con D’Ambrosio: “… ma che razza di paese è…se non tratta con le Brigate rosse fa morire uno statista.Tratta con la mafia e fa morire vittime innocenti…”.

 

Mentre era insensata e riprovevole l’idea di intervenire direttamente sul collegio o personalmente sul pubblico ministero di Palermo (Francesco Messineo), più realistica era investire della vicenda il procuratore nazionale anti-mafia Piero Grasso. A lui spettava il compito (il potere) di attivare forme di coordinamento delle attività svolte da più uffici giudiziari sulla trattativa. Loris D’Ambrosio è molto preciso nel chiarire a Mancino che cosa è il coordinamento che Grasso dovrebbe curare: ”Non solo lo scambio degli atti, ma anche il compimento di atti congiunti, l’individua zione della strategia congiunta…Cioè gli si dice: dovete coordinarvi, cioè tu Grasso… fai il tuo lavoro”.

Non ci furono in questa vicenda né interferenze né l’indicazione di ipotesi di indagini alternative da seguire da parte del consigliere giuridico Loris D’Ambrosio e dello stesso Napolitano. E tanto meno si è dato corso ad avocazioni, cioè a scippo dell’inchiesta dalle mani del titolare ad opera del superiore. Sia Messineo sia Grasso hanno dichiarato in maniera perentoria di non avere subito pressioni nè di avere fatto degli interventi che fossero collegabili ad esse.

 

Il presidente Napolitano si è limitato a scrivere al procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, solo per chiedere un coordinamento delle indagini. Ma Travaglio non può ignorare che in diverse occasioni in cui il Quirinale (si scrive Donato Marra ma si deve leggere Giorgio Napolitano) ha auspicato, di fronte al CSM, misure e iniziative per assicurare conformità di indirizzo delle procedure previste dall’ordinamento. L’intento è sempre stato di “dissi-pare le perplessità che derivano dalla percezione di gestioni non unitarie delle indagini collegate, i cui esiti possono anche incidere sulla coerenza dei successivi percorsi processuali”. Ma ora siamo al dopo-Mancino.

 

Dopo 4 anni di indagini la Procura di Palermo (Ingroia, Di Matteo, Sava e Del Bene, col dissenso su alcuni punti delle conclusioni di Paolo Guido) ha chiamato sul banco degli accusati per minaccia mafiosa alle istituzioni, l’ex ministro Conso, l’ex capo dell’amministrazione carceraria Adalberto Capriotti, l’euro-parlamentare Giuseppe Gargani, l’ex-capo della polizia Vincenzo Parisi, il vice-direttore delle carceri Francesco di Maggio, gli ex ufficiali dei carabinieri Mario Mori e Giuseppe De Donno, l’ex-generale in pensione Antonio Subranni. Mancino resta accusato di falsa testimonianza. Ma le sue richieste di coordinamento acquistano una maggiore attualità e urgenza perché ormai ad essere sotto tiro è il funzionamento della giustizia nel nostro paese.

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