IL CASO/ Governo neutrale, i molti punti oscuri di un’invenzione a tavolino

- int. Mario Esposito

In ciò che è accaduto ieri, quando il Capo dello Stato ha formulato ai partiti la sua proposta, si nasconde un passaggio estraneo alla nostra repubblica parlamentare. MARIO ESPOSITO

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L'Aula del Senato (LaPresse)

Una formula nuova, quella del governo “neutrale” o di servizio proposto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella per superare lo stallo che dura dal 4 marzo. Eppure alle 18.35 di ieri, nella galleria alla Vetrata del Quirinale, è avvenuto qualcosa di estraneo alla nostra repubblica parlamentare, spiega il costituzionalista Mario Esposito. Il Parlamento infatti non è mai stato messo alla prova. Perché Mattarella non ha dato il preincarico o l’incarico a nessun esponente politico? Si dirà: perché non c’erano i numeri. Ma proprio qui sta il punto.

Professore, partiamo dal nocciolo della dichiarazione di Mattarella: i partiti “in mancanza di accordi, consentano, attraverso il voto di fiducia, che nasca un governo neutrale, di servizio”. Come commenta?

L’intera dichiarazione mi pare preannunci la formazione di un vero e proprio esecutivo presidenziale, con analogia rispetto a forme di governo diverse da quella vigente. È del resto eloquente la qualificazione, inedita, in termini di neutralità e di garanzia. Peraltro, pur con tutte le condizioni che il presidente della Repubblica ha preannunciato di voler introdurre in tale nuova formula — e bisognerà poi vedere come le si possa rendere vincolanti — sarà pur sempre un governo politico, sostenuto da una maggioranza e con pienezza di poteri, come dimostra, se ce ne fosse bisogno, il paragone con quello di Gentiloni. 

Neutrale rispetto a chi o a che cosa? Non al Capo dello Stato.

No, infatti saremmo di fronte ad un Governo nella cui formazione la “fiducia presidenziale” pesa di più di quella parlamentare. Quasi quasi si potrebbe dire che, all’esito di proprie e altrui consultazioni, Mattarella abbia deciso di darsi l’incarico, ingerendosi pesantemente nell’indirizzo politico di maggioranza.

Che cosa possiamo dire di questi 63 giorni senza governo, da un punto di vista costituzionale?

Piano del diritto e piano della fattualità si stanno sempre più divaricando. E questo è preoccupante. Nella nostra forma di governo parlamentare, la regola costituzionale della nomina — e non della formazione! — del Governo da parte del Presidente della Repubblica implica che l’accertamento dell’effettiva impossibilità di concludere positivamente tale procedimento provenga direttamente dalle forze politiche legittimate dal voto popolare.

Invece per Mattarella il preincarico o l’incarico pieno erano subordinati a numeri certi.

Ma non sta scritto da nessuna parte che questo debba avvenire. E’ ben possibile teoricamente che il Presidente della Repubblica nomini un governo che poi non ottiene la fiducia in Parlamento. O che l’incaricato sciolga negativamente la riserva posta al momento del conferimento. Ma non si può usare la mera prospettazione di queste eventualità per consentire al Capo dello Stato di incidere sulla formula politica del Governo.

Sta dicendo che il Parlamento non è stato messo alla prova, come invece si sarebbe dovuto fare?

Esattamente. Neppure con quell’atto minimo di responsabilità che ho detto, ossia l’esito negativo dell’incarico conferito.

Eppure il presidente ha svolto le sue consultazioni proprio per verificare se ci fosse una maggioranza politica tale da sostenere un governo.

La situazione oggettiva nella quale ci troviamo attesta anche il suo contrario: per svolgere le consultazioni non si è dato l’incarico a nessun esponente politico. Le consultazioni sono una prassi ormai consolidata: ma non competono esclusivamente al Presidente della Repubblica, che, dopo una prima verifica, deve poi lasciare spazio alle forze parlamentari, attribuendo appunto l’incarico. Ciò che fino ad oggi non c’è stato. Sembra quasi che si sia voluta evitare la possibilità di giungere ad un “accertamento” al di fuori del Quirinale. D’altra parte, le attestazioni negative del presidente della Repubblica non sono sfociate nell’unica misura tipica di sblocco prevista dalla Costituzione, ossia lo scioglimento delle Camere (che, ancora una volta, presuppone che ci sia stato un passaggio parlamentare), bensì, come abbiamo visto, nella “invenzione” di una nuova formula. E pensare che un tempo si “parlamentarizzavano” le crisi extraparlamentari…

Lei sembra rimproverare una iniziativa assolutamente sui generis, o una mancata assunzione di responsabilità.

Io non so se sia una mancata assunzione di responsabilità; sto però riflettendo su ciò che consegue dal mancato conferimento di un incarico anche solo esplorativo ai leader politici. L’effetto è stato la creazione di una situazione di stallo che è sembrata funzionale alla sua risoluzione da parte presidenziale. Con il preoccupante effetto di sfiduciare ulteriormente le forze politiche, che, ripeto, in questo modo non sono mai state messe realmente alla prova. La situazione migliore perché qualcuno rivolga le solite accuse di inettitudine alla classe politica, alla quale viene offerta in extremis la possibilità di rendersi finalmente “utile” solo per l’intervento dall’alto del deus ex machina, dicendo sì ad una soluzione definita “neutrale”.

Dunque a che cosa stiamo assistendo esattamente?

All’ennesimo ricorso allo stato di necessità come fonte del diritto. L’emergenza legittima la soluzione. Il risultato finale è quello di portare in ambiente non rappresentativo la formazione del governo.

Sembra il profilo del cosiddetto governo di tregua, o del presidente, che il Capo dello Stato si accinge a formare, magari con l’incarico a un giudice costituzionale, per offrire la garanzia di una modifica conforme della legge elettorale.

Il che non è vero, perché nulla impedirebbe alla Corte di bocciare anche la legge modificata.

Allora è meglio il voto?

Rispetto a questa prospettiva non mi pare ci sia altra soluzione più conforme ai principi democratici.

Ma gli elettori hanno già votato e non è servito a formare un governo.

Gli italiani hanno espresso la loro sovranità eleggendo i rappresentanti con la legge elettorale che è stata messa a loro disposizione. 

Non sarebbe meglio cambiarla prima di tornare alle urne?

Certo, sarebbe meglio, purché di iniziativa parlamentare e nel rispetto della lettera e della ratio di tutte le disposizioni costituzionali al riguardo.

(Federico Ferraù)

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