SPY FINANZA/ Così le Banche centrali dicono che il peggio deve ancora venire

- Mauro Bottarelli

I mercati sono sempre più dipendenti dalle mosse delle Banche centrali. Si dovrà presto arrivare all’helicopter money per evitare il peggio

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Jerome Powell, Presidente della Fed (Lapresse)

Meno male che si tratta solo di un pro forma. Un po’ come certe interrogazioni programmate di fine quadrimestre che servono solo ad alzare la media e che, invece, se vanno male non vengono registrate: l’unica prerogativa richiesta è essere presenti. E puntuali, magari. Noi, ovviamente, abbiamo inviato la Finanziaria a Bruxelles all’ultimo istante utile e con la formula del “salvo intese”. Ma ripeto, non importa. In primis, proprio all’Europa. Alla quale, infatti, sarebbe andato bene anche se alla voce di recupero stimato dell’evasione fiscale avessimo contabilizzato 70 miliardi e non 7: signori, l’unica cosa che conta l’ha fatta Mario Draghi, qualche settimana fa. Il resto sono barzellette per tenere impegnati i Parlamenti nazionali e dare argomenti ai giornalisti. Punto.

In compenso, c’è da stare attenti a livello globale, come vi dicevo non più tardi di lunedì, quando mi chiedevo come fosse possibile che giornali e tg avessero totalmente ignorato la decisione della Fed di far partire in anticipo il nuovo ciclo di acquisti diretti, addirittura senza attendere i 15 giorni che la dividevano dal Fomc del 29-30 ottobre. Qualcosa ancora non si è palesato nella sua reale natura sui mercati: sta inviando segnali, alcuni inequivocabili, ma la forza della frattura in atto ancora non si è esplicitata nella sua magnitudo autentica. Il nuovo Qe – anche se Jerome Powell non vuole che lo si chiami così – parte oggi, 17 ottobre, ma d’ora in poi avrà due appuntamenti fissi settimanali per lo shopping della Banca centrale Usa, il lunedì e il mercoledì: poco più di 7,5 miliardi alla volta, arrivando a totalizzare circa 60 miliardi a mese, presumibilmente fino almeno a maggio-giugno 2020. Cui, attenzione, vanno a sommarsi aste di liquidità quotidiane sul mercato repo del finanziamento a 1 giorno, intervallate da aste term a 6,7 o 14 giorni: insomma, un diluvio di liquidità.

Ed ecco la prima stranezza, plasticamente regalataci da questo grafico: dopo una seduta relativamente tranquilla nella giornata di lunedì, ecco che nonostante l’acclarata certezza del sostegno attivo e immediato della Fed e il formale raggiungimento di una bozza preliminare di accordo fra Usa e Cina sul commercio, l’asta repo del 15 ottobre ha visto la richiesta di liquidità a 1 giorno salire nettamente. Senza alcuna scadenza particolare che giustificasse una domanda simile di cash pronta cassa: quanto ha “sete” il sistema nel suo complesso, alternando di giorno in giorni l’assetato di turno da dissetare? Quanto è grave la sua necessità di lubrificante dal rischio della grippatura sulla controparte, se non può attendere nemmeno che la Fed inizi a stampare?

Lo so che sembrano cose tecniche e senza importanza, però tutto ruota attorno a questo: è stato questo che ha dato vita prima a Northern Rock, poi a Bear Stearns e infine a Lehman Brothers, epilogo tragico di cui ancora paghiamo le conseguenze. Ed è per evitare questo che, dopo il 15 settembre 2008, si è intervenuti con il bazooka, evitando che AIG e Fannie Mae e Freddie Mac facessero la stessa fine del colosso di Wall Street andato a zampe all’aria in un weekend. Perché quindi si interviene ora e con questo volume, nonostante il silenzio dei media, troppo interessati alle nefandezze di turno nei teatri bellici mediorientali?

Ce lo spiega plasticamente questo grafico di Bank of America, il quale mostra il nodo del problema: ovvero, il Re delle dipendenza strutturale da denaro gratis è nudo e la Fed sotto la guida di Janet Yellen ha avuto la disgraziata idea di gridarlo al mondo intero. Stando a quanto comunicato ufficialmente, infatti, entro la metà del 2020 – quando il non-Qe4 dovrebbe terminare – l’ammontare di acquisti dovrebbe aver raggiunto circa i 400 miliardi di dollari di controvalore, cifra che dovrebbe riportare il valore delle riserve presso la Banca centrale Usa attorno a 1,7 triliardi di dollari.

E questo a cosa servirà? Semplice, quell’ammontare permetterà alla Fed di convertire tutte le operazioni repo esistenti in crescita permanente dello stato patrimoniale e, contestualmente, di creare un cuscinetto di riserva che eviti nel futuro prossimo “occlusioni” del mercato repo come quella che stiamo vivendo dal 17 settembre scorso. Ma attenzione, perché la Fed ha già detto che valuterà l’ammontare mensile degli acquisti in maniera flessibile in base alle condizioni ed esigenze di mercato: quindi, i 60 miliardi indicativi potranno essere di più ma anche di meno. Ve lo dico fin da ora, a un certo punto diventeranno di più. E quel “punto” si collocherà all’ingresso nel vivo della campagna elettorale statunitense. O, se la Fed divenisse ufficialmente parte in causa della battaglia fra Deep State e Amministrazione, caleranno invece drasticamente, facendo sobbalzare il mercato non nei meandri dell’interbancario ma sotto i riflettori degli indici principali. Quelli che, se crollano, finiscono dritti sulle prime pagine e in apertura del tg. Con Donald Trump come caprio espiatorio prêt-à-porter.

Ma il punto, come vi dicevo, è altro: la Fed ha azzardato una normalizzazione del suo stato patrimoniale che, come vi avevo detto dal primo giorno di redemptions di Treasuries e Mbs a bilancio, non poteva permettersi. Janet Yellen ha voluto dimostrare al mondo l’indimostrabile: ovvero, che il sistema era fondamentalmente sano e non aveva più bisogno della liquidità a costo zero e con il badile dell’istituzione da lei presieduta. Il giochino è durato per qualche trimestre, con tutta la stampa cosiddetta autorevole che ne tesseva le lodi (senza capire in effetti i meccanismi di quanto stava accadendo) e grazie allo shock fiscale voluto da Donald Trump, capace di offrire un’alternativa con il cash rimpatriato off-shore dalla multinazionali Usa che entrava nel sistema via buybacks azionari. Ma poi, terminato anche quel doping, ecco materializzarsi il fantasma delle insolvenze di controparte e il congelamento del mercato interbancario del 15-16 settembre scorsi.

È tanto semplice, quanto spaventoso e inconfessabile: il sistema ormai è basato sul Qe strutturale, senza denaro creato dal nulla non campa più di un trimestre. E, andando avanti, sarà sempre peggio: la dipendenza aumenterà di livello e la resistenza calerà drasticamente nell’arco temporale. O si arriverà all’helicopter money, con la scusa di offrire un reddito universale a tutti per sconfiggere le disuguaglianze (e, magari, finanziare una bella rivoluzione green) oppure salterà tutto. Lo ha di fatto ammesso, implicitamente, anche Mario Draghi durante il suo ultimo intervento all’Europarlamento.

Non ci credete? Allora spiegatemi questo: perché dopo l’annuncio della Fed e il formale accordo di base fra Usa e Cina, le possibilità prezzate dal mercato per l’arrivo di una nuova recessione, invece che stabilizzarsi sono salite? Non è forse la riprova che l’intero castello dei programmi di espansione monetaria della Banche centrali non ha nulla che vedere con l’economia reale e le sue dinamiche globali, ma serve unicamente per mantenere in piedi lo schema Ponzi, altrettanto globale, del sistema finanziario?

D’altronde, il Fondo monetario è stato chiaro nelle sue nuove stime, pubblicate martedì: è in atto un rallentamento sincronizzato delle economie di tutto il mondo. Eppure, sia la Fed che la Bce non avevano certo completato il loro programma di normalizzazione della politica monetaria, anzi (addirittura, l’Eurotower nemmeno lo ha cominciato, essendo intercorsi meno di 9 mesi fra la fine ufficiale del Qe e l’annuncio della sua riattivazione) e la Cina ha continuato a sostenere il suo mercato interno a colpi di incentivi al consumo, rottamazioni auto, esportazione di deflazione, iniezioni di capitale mirate, taglio di requisiti di riserva per le banche, nazionalizzazione di istituti falliti. Per non parlare del Giappone, Paese dove ormai la Banca centrale compra anche l’aria e l’acqua. E sapete quale risultato ha ottenuto, proseguendo imperterrita con quella follia chiamata Abenomics che ha trasformato mercato azionario e obbligazionario in una dépendance dello Stato?

Ce lo mostra questo ultimo grafico, il quale parla chiaro: nel mese di agosto, le probabilità di ingresso in recessione dell’economia del Sol Levante sono salite al 37%, stante il continuo peggioramento delle letture dei Business Conditions Indices. Fonte governativa, non certo mia. E questo nonostante la Banca centrale controlli addirittura la curva dei rendimenti con interventi diretti di acquisto e sia ormai fra i 10 azionisti di maggioranza di metà delle aziende quotate al Nikkei, tramite gli acquisti di Etf.

Capito adesso perché servono – e, puntualmente, spuntano con tempismo perfetto – gli impeachment, Greta, Erdogan cattivo, i curdi da salvare come il panda del Wwf, l’allarme per il ritorno del terrorismo dell’Isis e tutto quanto garantisca una bella cortina fumogena?

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