THE PROMISE/ Il film per non dimenticare il genocidio armeno

- Gianni Foresti

L’attualità ci porta spesso a parlare anche della Turchia. Poco però del genocidio negato del popolo armeno, cui è dedicato un film di Terry George

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Una scena del film

Mesi or sono Draghi ha dichiarato che il Presidente turco Erdogan è un dittatore, all’inizio di luglio lo ha promosso statista siglando accordi commerciali di cooperazione. Così va la… politica. Ricordiamoci che a marzo del 2016 l’Ue ha elargito 6 miliardi di euro alla Turchia per far fronte al problema dell’immigrazione, e a fine giugno “ha avuto quello che chiedeva” dai colloqui con Svezia e Finlandia sulla loro adesione alla Nato. Ci sarà uno sterminio dei curdi?

Nel 2015 erano trascorsi 100 anni esatti dal genocidio del popolo armeno da parte dei turchi. Ancor oggi Erdogan & co. non lo riconoscono: non è mai accaduto che un milione e mezzo di armeni fossero stati sterminati.

Dovete leggere il bellissimo romanzo di Franz Werfel, “I quaranta giorni del Mussa Dag.” L’autore è lo stesso che scrisse nel 1941 “Bernardette”. Lui, ebreo rifugiatosi a Lourdes per sfuggire ai nazisti, fece voto di scrivere un libro su Bernadette e le apparizioni della Madonna se si fosse salvato. È così fu. Dal libro è stato poi tratto il veritiero e indimenticabile film del 1943.

Il 24 aprile 1915 i turchi iniziarono la politica di stermino del popolo armeno con arresti e confisca dei beni a Istanbul. In poche settimane in tutta la Turchia le comunità armene dovettero abbandonare in maniera forzata le proprie case, lavori, attività e proprietà con marce verso luoghi inospitali. Non con treni come gli ebrei, ma a piedi. L’obiettivo era lo sterminio dell’inerme popolo e alla fine un milione e mezzo di armeni furono barbaramente uccisi. Precisazione: fu lo sterminio di un popolo cristiano.

Il libro di Werfel, scritto nel 1929, è il racconto romanzato, ma molto circostanziato, di un fatto realmente accaduto: la fuga e resistenza contro i turchi di migliaia di armeni.

Nella valle che guardava l’altopiano del monte Mussa Dagh gli abitanti dei paesi vicini si rifugiarono sulla montagna. Erano in cinquemila. Accerchiati dall’esercito turco resistettero per 40 giorni. Allo stremo delle forze e ormai alla fame, furono salvati provvidenzialmente da delle navi da guerra francesi. Erano rimasti in 4.500. Storia vera, romanzata con l’innesto della figura di un comandante armeno che organizzò le truppe di difesa.

Il film più famoso che racconta del genocidio è La masseria delle allodole (2007) dei fratelli Taviani tratto dall’omonimo romanzo di Antonia Arslan. Nel 2017 è arrivato sotto silenzio The Promise del regista Terry George, irlandese, incarcerato negli anni settanta per le sue posizioni filo IRA, è stato lo sceneggiatore di Nel nome del padre (1993), The Boxer (1997) e ha diretto Hotel Rwanda (2004), Reservation Road (2007) e con il miglior cortometraggio The Shore ha vinto l’Oscar nel 2012. Una vita artistica nel segno della storia dell’Irlanda e poi di altri fatti tragici accaduti nel mondo.

The Promise ricalca la storia dello sterminio armeno come il libro di Werfel. L’armeno Mikael, farmacista di un paesino sperduto, che con la dote della futura sposa si trasferisce a Costantinopoli da dei parenti per studiare medicina incontra la bella Ana, armena anche lei, cresciuta a Parigi e il suo fidanzato americano, il giornalista Chris. Tra i due armeni scocca l’amore proprio nel momento in cui il Governo turco inizia a fomentare i disordini e manifestazioni contro gli armeni. Cominciano le vessazioni e le violenze. Mikael viene deportato nelle miniere dei monti Tauro da dove riesce miracolosamente a scappare e a tornare al suo sperduto paese. Qui viene fatto sposare alla sposa promessa con cui si rifugia in un luogo isolato in montagna.

Chris è l’unico giornalista americano che scrive articoli per la Associated Press raccontando la tragedia. Con Ana accompagnano i figli dei parenti di Mikael in una missione cattolica vicino al paesino di questi per sottrarli alla deportazione. Incontrano la madre di Mikael che dice ad Ana che il figlio è morto.

Chris assiste a un massacro da parte dei turchi, tra cui la moglie di Mik che arriva alla missione e trova Ana raccontandole la verità sulla moglie morta che aspettava un bimbo. Con tutti gli orfani e i sopravvissuti si mettono in viaggio per sfuggire ai turchi. Per depistarli, Chris si sacrifica, viene arrestato e incarcerato come spia. Emre, un amico turco di Mik, avvisa l’Ambasciatore americano che riesce a liberare Chris. Emre, figlio di un pezzo grosso dell’esercito verrà per questo giustiziato. Si troveranno alla fine sul Mussa Dagh e verranno salvati dai francesi.

Non spoilero il finale.

Sono stato forse volutamente un po’ troppo asettico nella sinossi, l’intreccio amoroso di Mik e Ana sono stati un mezzo per evidenziare la tragedia. Uno sterminio che nei libri di scuola non viene quasi mai citato e che ora per convenienza politica verso il dittatore Erdogan non deve essere nominato tale. Ricordo che in Francia è reato negare il genocidio degli armeni. Come dicevo in precedenza il popolo armeno era ed è cristiano. Nel mondo è la religione più combattuta e perseguitata. Non aggiungo altro.

Il film si conclude con questo scritto di William Saroyan, noto scrittore americano figlio di immigrati armeni:

Vorrei vedere una qualsiasi potenza distruggere questa razza.

Questa tribù di gente senza importanza di cui tutte le guerre sono state combattute e perse, la cui letteratura nessuno legge, la cui musica nessuno ascolta, le cui preghiere nessuno esaudisce. Distruggete l’Armenia. Vediamo se ci riuscite,

vedrete che poli loro rideranno, canteranno e pregheranno di nuovo.

Perché quando due di loro si incontreranno in giro per il mondo, 

creeranno una nuova Armenia.

Due parole sugli attori: Chris è Christian Bale e non dico altro, Ana è interpretata da Charlotte Le Bon, Mikael è Oscar Isaac. Tutti ottimi, caratterizzando ciascuno il proprio ruolo con una totale immedesimazione della tragedia.

Il film è stato boicottato su internet con votazioni scarsi da parte di troll turchi, ma vale la risposta di Ana a Mikael desideroso di rivalsa:

La nostra vendetta è sopravvivere.

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