Cultura
lunedì 4 gennaio 2010
Esattamente mezzo secolo fa, il 4 gennaio del 1960, un incidente stradale portava via, a soli quarantasei anni, Albert Camus. Ma queste non sono note commemorative. La sua figura non si confonde con le altre. Per capire la sua diversità, la sua bellezza solitaria, sarebbe sufficiente questa frasetta datata 23 marzo 1959, che ho scovato nei suoi diari: “La carne, la povera carne, miserabile, sporca, decaduta, umiliata. La carne sacra”.
La cultura non ha ancora digerito bene Albert Camus. Come Pavese, come Pasolini, come Testori, Camus appartiene a una storia che non ha storia, che non ha narratori autorizzati. La linea maestra della letteratura del Novecento lo esclude, senza dubbio.
Di fronte a lui siamo ancora costretti a prendere posizione: o pro o contro. Proprio come allora: ed era una cosa di cui lo stesso Camus era il primo a stupirsi, quando si accorgeva che non c’era intervento pubblico, radiofonico o televisivo, che non suscitasse le solite polemiche.
La sua epoca era la stessa di Cesare Pavese, con il quale lo accomunano molte cose, prima fra tutte un particolare malessere, un sentimento di esilio, di estraneità a un mondo (e soprattutto il mondo della cultura) che sembrava essere uscito dall’orrore della guerra con un pacco di parole d’ordine già confezionate (da chi?) da usare contro tutte le oppressioni, tutte le limitazioni della libertà di espressione, tutti i soprusi, tutti i totalitarismi.
Intenzioni splendide, a patto però che si potessero sostenere in qualunque occasione, a patto di non dover reprimere continuamente il sospetto che il più grande di tutti i totalitarismi potesse nascondersi dietro quegli ideali.
Impegno politico! Aux armes, citoyens! Up patriots! L’intellettuale, da Sartre in avanti, non avrebbe più dovuto temere altro che la propria torre d’avorio (che è, per inciso, un attributo di Maria), e sarebbe stato suo dovere, per saecula saeculorum, quello di non tacere la propria indignazione dinanzi a tutte le ingiustizie.
In molti ci hanno messo trent’anni a capire l’inganno. Non sono bastati Budapest e Praga, Pol Pot e la guerra in Afghanistan. Ma Camus lo capì immediatamente. Il suo rifiuto di schierarsi con le altre anime belle della cultura francese contro la colonia algerina a favore degli insorti (Guerra d’Algeria, 1954-1962) gli valse l’ostracismo e l’isolamento.
Ma quale causa può essere così giusta da mettere un uomo contro sua madre? Camus era nato infatti in Algeria, a Mondovì, e in Algeria si svolgono i suoi due romanzi più celebri: Lo Straniero, uscito nel 1942, e La Peste, che è del 1947. Tra i due capolavori c’è l’esperienza della guerra, durante la quale vide la luce anche il più cupo dei suoi testi teatrali, Il Malinteso (1944).
Ne Lo Straniero - che è il suo romanzo più bello - incontriamo Mersault, un personaggio completamente nuovo nella storia della letteratura: una specie di rinnegato della storia, che vive una breve e terribile vicenda (che si conclude con la sua condanna a morte) senza provare il minimo sentimento, con un’indifferenza tragica rispetto a tutte le proprie vicende.
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Parlare di Dio, adesso dimmi tu si è mai parlato di qualcosa che non esiste? E come si fa! Parlare del nulla, cosa si può dire, niente! A parlare di Albert Camus invece...c'è da inchinarsi all'esistenza.
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