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STORIA & FEDE/ "Ave verum", quando la pietà cristiana incontra il genio

L'Ave verum corpus, di nascita totalmente oscura, viene d'abitudine fatto risalire a redattori anonimi del XIV secolo. Fu musicato da Mozart. Ne illustra il significato DANILO ZARDIN

Papa Francesco (Infophoto) Papa Francesco (Infophoto)

L'Ave verum, specialmente nella versione musicale di Mozart, è uno dei pezzi più noti del repertorio di contenuto religioso. Le opportunità create dalla rete di internet ne rendono ora possibile rinnovare l'ascolto con una facilitazione estrema, ogni volta che si vuole: fra le tante vie di accesso così disponibili, citiamo come esempio l'esecuzione della Bayerischer Rundfunk, diretta da Leonard Bernstein (Waldsassen, 1990).

Il supporto dell'immagine, in questo come in tutti gli altri casi simili, viene a intensificare il linguaggio pungente della melodia dei suoni e la forza dell'intreccio di parole a cui essa si lega: la concentrazione totale delle energie nel gesto a cui direttore e artisti si consegnano impone da sola il silenzio, pieno di attesa, da cui non si può evitare di lasciarsi avvolgere stando di fronte alla memoria del fatto decisivo dell'offerta di Cristo per la salvezza dell'uomo.

Mozart scrisse l'Ave verum nel luglio del 1791, nell'ultimo anno della sua breve vita, dedicandolo all'amico Anton Stoll, maestro di cappella nella chiesa parrocchiale di Baden, nei dintorni di Vienna. È un mottetto per coro misto, orchestra e organo, concepito per l'occasione della solennità del Corpus Domini, che cadeva esattamente in quel periodo del ciclo liturgico. All'esordio dell'estate, era – ed è tuttora – la festa che celebra la reale presenza del "corpo del Signore" nel segno del sacramento eucaristico, dieci giorni dopo la Pentecoste che chiude il lungo tempo pasquale, arrivati al giovedì in quanto rimando simbolico al giorno dell'Ultima cena da cui il sacramento del vero corpo di Cristo ha tratto la sua origine. 

Luminosamente eucaristico è, infatti, il testo del breve inno rivestito delle splendide note del maestro di Salisburgo, che d'altra parte lo riprendeva da una secolare tradizione di esaltazione cattolica della fisica permanenza di Cristo in mezzo alla storia del mondo. Il titolo esatto non dovrebbe, a ben vedere, limitarsi alla coppia delle prime due parole con cui abitualmente lo si qualifica, ma estendersi a includere anche la terza: il sostantivo che non potrebbe restare separato da ciò che logicamente lo introduce, presupponendolo. Il trittico diventa: "Ave verum corpus…", tutto insieme, cioè "Ti saluto, mi piego in amoroso omaggio davanti a te, vero corpo nato da Maria Vergine…".

Questo "corpo" a cui ci si consegna in atto di fiducioso, netto e libero riconoscimento adorante – anche se non c'è bisogno nella preghiera di dichiararlo esplicitamente: sarebbe quasi un eccesso retorico – coincide con il pane consacrato innalzato sugli altari delle chiese nel giorno della festa, portato regalmente in processione per le strade a scopo di supplica itinerante, venerato come scudo di protezione per l'intera comunità sociale dei cristiani. Ma la preghiera commossa sfonda l'apparenza del segno rituale. Dietro ciò che si mostra in superficie e si lascia vedere, ostenta la sostanza segreta svelata dallo sguardo della fede.