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STORIA/ Berlusconi "spalla" di Cosa nostra? Ecco dove fa acqua il teorema dei pm

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La cattura di Bernardo Provenzano (Infophoto)  La cattura di Bernardo Provenzano (Infophoto)

Anticipiamo un estratto dell'ultimo libro di Salvatore Sechi, "La trattativa Stato-mafia sul carcere duro", GoWare, 2016.

Secondo un pregiudizio i soli governi presieduti da Silvio Berlusconi sarebbero stati l'incarnazione, se non la continuazione, sotto altre spoglie, dei desideri e più specificamente degli interessi della mafia.

Il principale fu di considerarli responsabili di una politica di mancata contrapposizione ad essa con conseguenti insufficienti azioni di contrasto, e anzi dell'ossessiva ricerca di un'intesa. Per circa una ventina d'anni una parte dell'opinione pubblica e della stampa ha nutrito l'idea alimentata in maniera massiccia e pervasiva da la Repubblica e Micromega, un quotidiano e una rivista rigorosamente di tendenza, se per il primo non si vuole dire, con sussiego reverenziale, di partito.

Per i suoi direttori, Eugenio Scalfari (e soprattutto il suo successore a la Repubblica Ezio Mauro) e Paolo Flores d'Arcais (Micromega), attraverso le fortune elettorali e il molecolare controllo delle istituzioni da parte di Forza Italia, i boss si sarebbero fatti governo e Stato. Non avrebbero, quindi, avuto più bisogno di dedicarsi ad attività delittuose.

Cosa nostra avrebbe interrotto di botto le stragi seminate a Palermo, Roma, Milano e Firenze e soprattutto sarebbe stata annullata quella micidiale (affidata ai fratelli Graviano) da effettuare allo Stadio Olimpico di Roma. Lo avrebbe fatto quando sarebbe stata intavolata una trattativa (apparsa assai promettente e solida) con Berlusconi e Forza Italia che erano in procinto di impadronirsi del potere politico.

Per la verità, questo è quanto pensano in molti. Dagli ex presidenti della Repubblica Ciampi e Napolitano a magistrati autorevoli come il fiorentino Gabriele Chelazzi e il team di Antonio Ingroia fino a molti parlamentari (cito uno per tutti, Walter Veltroni), al procuratore antimafia Grasso e a boss di Cosa nostra, pentiti e no.

Anche ad avviso di noi consulenti, la ricerca di una sponda politica non è stata estranea alla mafia corleonese. 

Quella di Bontate e Badalamenti l'aveva trovata nel collegamento con Andreotti e nei rapporti continui, addirittura organici, dei fratelli Salvo e di Vito Ciancimino e indirettamente di Lima.

L'esigenza di cambiare spalla al fucile Riina e Provenzano l'avvertono nel momento in cui ha luogo lo sfarinamento della Prima Repubblica. Per loro coincide con un episodio impensabile, cioè l'uccisione di un personaggio assai influente come Ignazio Salvo, il 12 marzo 1992, nei pressi di Mondello, e l'avvio di un'intesa col nuovo Principe, cioè Silvio Berlusconi. Ma il tentativo di convergere su Forza Italia, oltreché su "Sicilia Libera" (una nuova formazione preferita da personaggi di primo piano dei clan come Bagarella e Gaspare Spatuzza) è rimasta un'ipotesi. Dalla magia sinuosa straordinaria, ma senza conferme.

In seno alla stessa Commissione Pisanu, martellante e argomentato è stato l'impegno a rintracciarla posto da un leader autorevole  come Walter Veltroni e, sul piano giudiziario, dal procuratore Antonio Ingroia (e dai suoi collaboratori). 



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