Economia e Finanza
lunedì 23 agosto 2010
Nell’ultima edizione di uno dei suoi testi maggiori, The Economics of a Free Society, il capostipite dell’economia sociale di mercato, il grande e dimenticato Wilhelm Roepke, attaccò una delle idee più dannose di Keynes.
Per Roepke, l’economista inglese e i suoi seguaci commettevano un errore clamoroso nel considerare il sistema economico come parte di un universo matematico, meccanico, in cui l’attività economica consisteva solo di aggregati quantificabili, come consumi e investimenti, invece che nel risultato di azioni svolte dalle persone. In questo modo, Keynes elimina l’umano dall’“azione umana” e riduce il sistema economico a una macchina e l’uomo diventa una mera unità sociale che reagisce semplicemente al variare delle condizioni in rapporto agli istinti economici.
Questa crisi nasce da una visione neokeynesiana dell’economia e della finanza: i mutui subprime, i derivati, il sistema di folle indebitamento delle famiglie americane si sono sviluppati nella cornice culturale di questa visione dell’economia. Quello che è certo è che non possiamo pensare che la soluzione definitiva della crisi la si possa ottenere seguendo questa impostazione.
Le stesse, massicce politiche neokeynesiane per fare fronte alla crisi non hanno sortito effetti significativi, come dimostra il dato sull’occupazione negli Stati Uniti. Non sono più regole e più sussidi pubblici a fare crescere l’economia, proprio perché sarebbero medicine della stessa natura della malattia. L’unica crescita possibile dell’economia sta solo nelle persone, nella loro capacità di rischio e di costruzione; in una parola, nel loro lavoro. D’altra parte, il Rapporto “Sussidiarietà e piccole e medie imprese” della Fondazione per la Sussidiarietà, pubblicato lo scorso anno nel pieno della crisi economica, dimostrava chiaramente che gli imprenditori italiani non chiedono sussidi, ma più libertà.
La politica, allora, deve avere il coraggio di ripartire da qui, dall’economia reale. Siamo il Paese con il più alto tasso di imprenditori del mondo, abbiamo una media superiore di tre volte a quella europea nel rapporto tra imprese e abitanti, ma siamo anche uno di quei paesi in cui è più difficile fare impresa.
La Banca mondiale, nel suo rapporto sulla libertà di impresa, Doing Business, colloca l’Italia al 78° posto; si tratta di un paradosso. Non è il caso di riprendere qui le cause di questa situazione, ma tutti ci ricordiamo come si parlava del nostro sistema fatto di una miriade di micro, piccole e medie imprese, definendolo con disprezzo l’“anomalia italiana”.
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Grazie per la sua tenacia nella difesa di Made in Italy e e PMI. Ce la faremo ? Sperem, l'importante e lavorarci insieme, non con -ghe pens mi-. Da soli non si va da nessuna parte, anche coi mld.
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